Ben Gvir e la flottiglia: il video che imbarazza Israele e spacca l’Occidente

Ben Gvir e la flottiglia

Le immagini dal porto di Ashdod hanno fatto il giro del mondo in poche ore. Itamar Ben Gvir, ministro della Sicurezza nazionale, cammina tra gli attivisti della Global Sumud Flotilla ammanettati, bendati e in ginocchio. «Benvenuti in Israele, siamo i proprietari di questa casa». La sua voce, il tono di scherno, la bandiera sventolata: un messaggio diretto, brutale, che non lascia spazio a interpretazioni.

Non è un incidente. È la scelta di un esponente politico che da anni cavalca la linea più dura del fronte israeliano. Gli attivisti – tra cui 29 italiani, un deputato del M5S e un giornalista – venivano da una missione umanitaria intercettata in acque internazionali. Per Ben Gvir non sono pacifisti o volontari: sono «sostenitori del terrorismo». E li vuole nelle carceri antiterrorismo, a lungo.

La reazione italiana è stata immediata e netta. Giorgia Meloni e Antonio Tajani hanno definito il trattamento «inaccettabile» e «lesivo della dignità della persona». Convocazione dell’ambasciatore israeliano, richiesta formale di scuse, pressioni per il rilascio rapido dei connazionali. Un linguaggio duro, insolito per il rapporto tra Roma e Gerusalemme, che rivela quanto il video abbia toccato un nervo scoperto: la presenza di cittadini italiani tra i fermati e l’immagine di umiliazione trasmessa in diretta social.

Netanyahu ha preso le distanze. Il premier ha sottolineato che quel trattamento non riflette «i valori e le norme di Israele», pur confermando il diritto di fermare le flottiglie. Una crepa visibile dentro la maggioranza di governo, che mostra le tensioni tra la linea di sicurezza dura e la necessità di non alienarsi completamente il sostegno internazionale.

La psicologia di un gesto

Ben Gvir sa perfettamente cosa fa. I suoi elettori – quel segmento dell’opinione pubblica israeliana esasperato da anni di conflitto, attentati e impasse umanitaria a Gaza – vedono in queste scene un atto di forza, un messaggio di rivincita. «Non siamo deboli». Per loro, la flottiglia non porta aiuti: è provocazione politica, teatro mediatico che ignora le reali dinamiche di sicurezza e il controllo di Hamas sui flussi a Gaza.

Dall’altra parte, però, il video rischia di diventare un boomerang diplomatico potente. In un momento in cui Israele deve gestire la narrazione internazionale sulla crisi umanitaria, le immagini di attivisti inginocchiati e derisi alimentano il racconto di un Paese che ha perso il controllo della propria immagine. Gli alleati tradizionali in Europa si trovano in difficoltà: difendere il diritto di Israele a proteggere i suoi confini diventa più complicato quando la scena ricorda troppo da vicino metodi che l’Occidente ha criticato altrove.

Anna Foa, storica attenta alle dinamiche israeliane, ha colto con lucidità il senso profondo: un gesto che sembra urlare al mondo «possiamo fare quello che vogliamo». Un’affermazione di sovranità assoluta che, però, rischia di isolare ulteriormente lo Stato ebraico proprio mentre la questione degli aiuti a Gaza resta un fronte aperto e doloroso.

L’Italia di fronte al dilemma

Per l’Italia il caso riapre una ferita nota. Da un lato, la solidarietà storica con Israele, la lotta comune contro il terrorismo, gli interessi strategici nel Mediterraneo. Dall’altro, la sensibilità umanitaria, la presenza di cittadini coinvolti, l’opinione pubblica divisa e polarizzata. Il governo Meloni ha scelto una linea ferma senza rompere: condanna del metodo, richiesta di rispetto, ma senza scivolare nella condanna generalizzata dello Stato israeliano.

È una posizione equilibrata, eppure fragile. L’opposizione spinge per toni più duri, per sanzioni, per un’informativa urgente. I social ribollono tra chi grida allo scandalo umanitario e chi ricorda che le flottiglie spesso nascondono agende politiche più complesse. Il risultato è un dibattito italiano che riflette le divisioni globali: da una parte chi vede in Ben Gvir l’espressione di un estremismo pericoloso che danneggia Israele stesso; dall’altra chi considera le critiche all’ennesima flottiglia come ipocrisia di fronte alle responsabilità di Hamas.

La vicenda della Global Sumud Flotilla non finisce con il video di Ashdod. Gli attivisti saranno espulsi, gli aiuti probabilmente non arriveranno a destinazione, le polemiche continueranno. Ma il vero nodo resta politico: fino a che punto la linea dura incarnata da Ben Gvir rafforza la sicurezza di Israele o ne erode il consenso internazionale? E quanto può l’Europa – Italia compresa – continuare a sostenere un alleato che a volte sembra sfidare proprio i principi che condivide?

Le immagini dal porto di Ashdod resteranno. Non solo come documento di un episodio, ma come simbolo di un conflitto che ormai si combatte anche sulle immagini, sui social, sulla narrazione della dignità e della forza. Ben Gvir ha scelto la forza. Il resto del mondo, Italia in testa, si interroga sulle conseguenze.

Wendell Stewart

Wendell Stewart

Wendell Stewart is an international writer covering politics, music, literature, finance, sports, film, and global current affairs, known for clear, well-researched, and engaging reporting.

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