Dori Ghezzi: «Battisti mi disse subito di Fabrizio: non sei una botta e via, ti amerà»

Dori Ghezzi torna a raccontare il grande amore della sua vita con una sincerità disarmante. A 80 anni, la voce di «Casatschok» e «Un corpo e un’anima» si apre in una lunga intervista al Corriere della Sera, rievocando con emozione i momenti che hanno segnato il suo legame con Fabrizio De André. E tra i ricordi emerge con forza una figura inattesa: Lucio Battisti, che fin dall’inizio aveva capito tutto.
«Battisti mi disse subito di Fabrizio: non sei una botta e via, ti amerà». Sono parole che pesano, perché arrivano da chi conosceva bene il mondo della musica italiana degli anni Settanta, un ambiente fatto di passioni intense ma spesso fugaci. Dori Ghezzi le riporta con il sorriso di chi ha visto confermata quella profezia giorno dopo giorno, per venticinque anni, fino alla fine. Un’affermazione che illumina non solo il loro rapporto, ma anche il modo in cui i grandi artisti dell’epoca si guardavano e si sostenevano a vicenda.
La cantante milanese, che ha condiviso con De André gioie, dolori e anche il drammatico sequestro in Sardegna del 1979, ripercorre con naturalezza l’inizio di quella storia d’amore. Era il 1974 quando i due si incontrarono davvero, dopo uno sguardo incrociato anni prima al Premio Caravella d’Oro a Genova. Cristiano Malgioglio fece da tramite in uno studio di registrazione. Fabrizio stava incidendo «Valzer per un amore» e gliela cantò guardandola negli occhi. Il giorno dopo la chiamò. Fu, racconta lei, come se si conoscessero da sempre.
Pochi giorni dopo, durante una festa di compleanno di Dori, Mina e Ornella Vanoni chiesero a De André di scrivere una canzone per loro. La risposta di Fabrizio fu una dichiarazione pubblica: «Se proprio dovessi scrivere per altri, lo farei per Dori». Il compagno di allora la prese per una battuta. Si sbagliava. Due giorni dopo erano insieme. Il 4 aprile, quando De André doveva partire per la Sardegna con Francesco De Gregori, le disse chiaro: «Se non parti con me non ci vado».
Gli amici la misero in guardia. «Ti farà soffrire». Lei ci credette comunque. E Battisti, amico di Dori fin dai tempi in cui le preparava il risotto allo zafferano nel residence Ghezzi a Milano – dove passavano Dalla, Paoli, la stessa Vanoni – fu tra i pochi a intuire la profondità di quel sentimento. Non una semplice avventura, ma qualcosa di autentico. Quelle parole di Lucio, riferite oggi, acquistano un valore particolare: restituiscono l’immagine di un Battisti osservatore acuto delle vite altrui, capace di leggere le storie prima ancora che si scrivessero.
Dori Ghezzi non nasconde le differenze di carattere. Lei e Fabrizio erano «due persone diverse, indipendenti, ma indispensabili l’uno per l’altra». Un rapporto vero, senza sdolcinatezze. Litigavano, a volte non si parlavano per mesi. Dopo la prima lite lui le portò un orologio importante per fare pace: lei glielo tirò dietro. Da allora non le regalò più nulla. «Non ci si annoiava mai», dice con affetto.
Il trasferimento in Sardegna rappresentò una scelta di vita. Lontani dal caos di Milano, immersi nella natura che Fabrizio amava. Passavano amici: Ivano Fossati, Eugenio Bennato, Franco Battiato, Giorgio Gori ancora ragazzo. Poi arrivò l’agosto del 1979, il rapimento da parte dell’Anonima Sequestri. Quattro mesi drammatici, con i cappucci, la vita in una grotta, ma anche momenti di dialogo umano con i sequestratori. «Hotel Supramonte» resta per lei l’unica canzone che racconta davvero quella esperienza: «La donna in fiamme sono io».
Nel 1989 si sposarono in Comune, senza fedi, con due amici e una torta. Non ne avevano bisogno, ma fu una scelta di Fabrizio. La malattia arrivò improvvisa. Durante le prove di un tour a Saint-Vincent, forti dolori. All’ospedale di Aosta la sentenza: tre mesi di vita. Il male, partito dai polmoni, si era diffuso. Fabrizio fumava tre pacchetti al giorno. «Il padre gli aveva chiesto di smettere di bere e lo aveva fatto. Purtroppo non gli chiese di smettere di fumare».
Dori Ghezzi ricorda anche aneddoti più leggeri che restituiscono il clima di quegli anni irripetibili. I festival di Sanremo visti in tv insieme a Fabrizio e Ornella Vanoni: loro due critiche, lui che difendeva i cantanti. E poi il gallo che cantava vicino a casa in Sardegna: «Non cantava mai prima di mezzogiorno. Come se sapesse che Fabrizio lavorava di notte. Lo chiamammo Vasco». L’originale, Vasco Rossi, lo seppe e ne fu divertito. Un nomignolo affettuoso che lega tre generazioni di cantautori italiani.
Queste memorie arrivano oggi con una forza particolare. Dori Ghezzi ha da tempo scelto di custodire la memoria di Fabrizio attraverso la Fondazione a lui dedicata, ma anche di raccontare la propria vita senza filtri. A ottant’anni compiuti da poco, la sua voce resta quella di una donna che ha attraversato il successo, l’amore, il dolore e la resilienza senza mai perdere l’autenticità. Le sue parole non sono solo ricordi di un’epoca dorata della canzone italiana: sono il ritratto di un legame profondo che ha resistito al tempo, alle difficoltà e persino alla morte.
Il rapporto con De André ha segnato indelebilmente la sua esistenza, ma Dori non è solo «la vedova di Faber». È stata una protagonista della musica leggera, prima con Wess – con cui formava una coppia artistica amatissima, anche se mai sentimentale – poi come interprete solista. La sua schiettezza nel raccontare amicizie (con Mia Martini, ad esempio, che trattava con severità affettuosa) e il mondo dello spettacolo di allora restituisce un affresco vivo di un’Italia che cambiava, tra Cantagiro, Sanremo e le rivoluzioni culturali.
Oggi, mentre la musica italiana continua a interrogarsi sul proprio passato per capire il presente, le testimonianze di chi ha vissuto quegli anni da vicino assumono un valore quasi storico. Le parole di Battisti su De André e Dori parlano di un’intuizione che si è rivelata esatta: certi amori non sono passioni effimere, ma ancoraggi che salvano. «Senza di lei sarei morto in una soffitta da alcolizzato», avrebbe confessato Fabrizio. Una dichiarazione forte che Dori riporta con la dignità di chi ha davvero condiviso tutto.
In un’epoca di relazioni liquide e narrazioni spesso superficiali, la storia di Dori Ghezzi e Fabrizio De André continua a emozionare perché parla di autenticità, di scelte coraggiose, di un’unione che è stata anche salvezza reciproca. E il fatto che sia proprio lei, a distanza di tanti anni, a regalare questi dettagli intimi con lucidità e ironia, rende l’intervista non solo un tuffo nel passato, ma un invito a riflettere su cosa significhi davvero amare una persona nella sua complessità.