Emirati Arabi Uniti sotto attacco: missili iraniani e chiusura dello Stretto di Hormuz agitano il Golfo

Gli Emirati Arabi Uniti sono tornati al centro della crisi che infiamma il Medio Oriente. Nella notte tra sabato e domenica, le difese aeree emiratine hanno intercettato missili e droni lanciati dall’Iran in risposta ai nuovi raid statunitensi sul territorio iraniano. La Marina delle Guardie rivoluzionarie iraniane ha chiuso lo Stretto di Hormuz e colpito due navi commerciali, innescando una escalation che minaccia direttamente la sicurezza regionale e i flussi energetici globali.
Questo sviluppo arriva mentre Washington ha condotto una terza ondata di attacchi contro circa 300 obiettivi militari in Iran, con Teheran che ha reagito colpendo basi e infrastrutture in Qatar, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti. Per l’Italia e l’Europa, che dipendono in misura significativa dalle rotte petrolifere del Golfo, la situazione rappresenta un campanello d’allarme immediato sui prezzi dell’energia e sulla stabilità delle supply chain. Abu Dhabi e Dubai, hub economici e logistici di primo piano, si trovano esposti a una minaccia diretta che potrebbe ridisegnare gli equilibri del Golfo Persico.
Le autorità emiratine hanno confermato l’attivazione dei sistemi di difesa, con intercettazioni avvenute su diverse aree del Paese. Il ministero della Difesa ha parlato di “minaccia grave” senza riportare, al momento, danni significativi a infrastrutture civili o vittime tra la popolazione. Tuttavia, l’allerta è massima: voli sono stati deviati, misure di emergenza attivate e la popolazione invitata alla calma. Anwar Gargash, consigliere diplomatico del presidente degli Emirati, ha sottolineato la necessità di unità tra i Paesi del Golfo: «Non c’è alternativa al compattare i nostri ranghi per difendere la sovranità». Un appello che arriva dopo mesi di tensioni accumulate.
Gli Emirati Arabi Uniti hanno da tempo assunto un ruolo di primo piano nella regione, con una politica estera pragmatica che bilancia relazioni strette con gli Stati Uniti e tentativi di dialogo con l’Iran. Abu Dhabi ospita basi americane strategiche e ha investito pesantemente nella normalizzazione con Israele attraverso gli Accordi di Abramo, una mossa che Teheran ha sempre considerato una provocazione. Allo stesso tempo, gli Emirati hanno cercato di mantenere canali aperti con l’Iran, anche sbloccando miliardi di dollari in asset iraniani congelati nei mesi scorsi per favorire una possibile distensione.
La chiusura dello Stretto di Hormuz – attraverso il quale transita circa il 20% del petrolio mondiale e ingenti quantitativi di gas naturale liquefatto – rappresenta il cuore del problema. L’Iran, sentendosi sotto assedio dopo i raid Usa, ha scelto questa leva per esercitare pressione sull’economia globale. Le navi colpite nelle ultime ore segnalano un’intenzione chiara: rendere rischioso il transito commerciale. Per gli Emirati, che controllano porti fondamentali come Jebel Ali e dipendono dalla libertà di navigazione, si tratta di una minaccia esistenziale al loro modello economico basato su commercio, energia e turismo.
Le reazioni internazionali non si sono fatte attendere. Gli Stati Uniti hanno ribadito il sostegno agli alleati del Golfo, con il Comando Centrale americano che monitora la situazione per garantire rotte alternative. L’Europa, attraverso dichiarazioni di Bruxelles, ha espresso preoccupazione per la sicurezza energetica, mentre l’Italia – grande importatrice di idrocarburi – segue con attenzione l’evolversi degli eventi. Fonti diplomatiche italiane sottolineano come un prolungamento della crisi potrebbe spingere ulteriormente al rialzo i prezzi del greggio, con ripercussioni dirette su famiglie e imprese.
Per gli Emirati Arabi Uniti, la sfida è duplice. Da un lato, difendere il territorio e le infrastrutture critiche; dall’altro, preservare l’immagine di stabilità che ha trasformato Dubai e Abu Dhabi in magneti per investimenti internazionali. Negli ultimi mesi, nonostante le tensioni, il Paese aveva continuato ad attrarre capitali, anche grazie a una narrazione di resilienza. Ora, con attacchi diretti rivendicati dalle Guardie rivoluzionarie iraniane, il rischio di una contrazione degli investimenti esteri e di turbolenze nei mercati finanziari diventa concreto.
Sul fronte energetico, i mercati hanno reagito con immediate oscillazioni. Il Brent ha registrato rialzi nelle prime ore di contrattazione asiatica, con gli analisti che paventano scenari di shortage se lo Stretto rimanesse bloccato per giorni. Per l’Italia, che importa oltre il 10% del proprio fabbisogno energetico da fonti mediorientali, un aumento prolungato dei prezzi potrebbe tradursi in bollette più care e inflazione importata. Le compagnie italiane attive nel Golfo, dall’Eni alle imprese di engineering, stanno valutando piani di contingenza.
La posizione strategica degli Emirati Arabi Uniti li rende attori indispensabili. Abu Dhabi ha spinto per la creazione di una coalizione internazionale per riaprire Hormuz con la forza se necessario, inclusa una possibile risoluzione al Consiglio di Sicurezza ONU. Questo attivismo riflette una maturazione della politica estera emiratina: da Paese “neutrale” a protagonista disposto a impegnarsi militarmente al fianco degli alleati per tutelare interessi vitali.
Al momento, non emergono segnali di un cessate il fuoco imminente. Gli attacchi incrociati tra Usa e Iran proseguono, con gli Emirati Arabi Uniti e gli altri Stati del Golfo nel mezzo. Teheran sembra intenzionata a usare ogni leva a disposizione per costringere Washington a un negoziato, mentre gli Stati Uniti puntano a indebolire le capacità militari iraniane senza un coinvolgimento di terra su larga scala. In questo quadro, gli Emirati rappresentano sia un bersaglio sia un ponte per la diplomazia regionale.
Per i lettori italiani, la vicenda assume contorni concreti: oltre alle ripercussioni sui prezzi alla pompa, c’è il tema della sicurezza delle nostre comunità all’estero e degli interessi economici nazionali nel Golfo. L’Ambasciata italiana ad Abu Dhabi ha invitato i connazionali alla massima prudenza. Nel frattempo, il governo di Roma è in contatto costante con alleati europei e americani per monitorare l’evolversi della situazione.
La crisi negli Emirati Arabi Uniti non è solo un capitolo di un conflitto lontano: è un test per la stabilità globale dell’ordine energetico e commerciale. Mentre Abu Dhabi rafforza le sue difese e coordina con i partner del Consiglio di Cooperazione del Golfo, il mondo osserva se la diplomazia riuscirà a prevalere sulla logica degli attacchi incrociati. Per ora, la prudenza resta la parola d’ordine: il Golfo è di nuovo sul filo del rasoio e ogni mossa può avere conseguenze che superano di gran lunga i confini regionali.