Milo Infante, le frecciate di Giampaolo Rossi riaprono il caso del suo addio alla Rai.

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Giampaolo Rossi AD Rai in conferenza stampa

La polemica non si placa. Il passaggio di Milo Infante da Rai a Mediaset continua ad agitare il mondo della televisione pubblica e privata, con un botta e risposta che va oltre le semplici dinamiche di mercato. L’amministratore delegato della Rai, Giampaolo Rossi, è intervenuto con parole nette durante un evento pubblico, esprimendo delusione per alcune dichiarazioni del giornalista milanese e ironizzando sulla scelta del nuovo orario del suo programma su Rete 4. Un intervento che ha riacceso i riflettori su un addio che, a pochi mesi di distanza, sembra ancora carico di tensioni non del tutto sopite.

Milo Infante ha lasciato Viale Mazzini dopo aver condotto per anni Ore 14 su Rai 2, un format di approfondimento giornalistico che ha saputo ritagliarsi uno spazio significativo nel pomeriggio televisivo, mescolando cronaca, inchieste e storie umane. Il conduttore, che negli ultimi tempi aveva salutato lo studio ormai vuoto con un video carico di emozione, ha scelto di intraprendere una nuova avventura a Mediaset, dove condurrà un programma pomeridiano ribattezzato Ore 11. Una mossa che ha sorpreso molti, soprattutto alla luce dei risultati ottenuti su Rai 2, ma che rientra nelle logiche di un mercato televisivo sempre più fluido e competitivo.

Le parole di Giampaolo Rossi arrivano nel pieno di questo passaggio. L’AD Rai ha parlato di un addio “inaspettato” e ha sottolineato come l’azienda abbia tutelato Infante per vent’anni, anche nei periodi meno favorevoli della sua carriera. “Non si dovrebbe parlare male di un’azienda che ti ha tutelato”, ha osservato Rossi, aggiungendo che la scelta di chiamare il nuovo programma Ore 11 fa “un po’ ridere”, quasi a sottolineare una continuità troppo evidente con il format lasciato in Rai. Frasi che, pur pronunciate in un contesto di riflessione sul servizio pubblico, hanno inevitabilmente riacceso il dibattito su lealtà, gratitudine e dinamiche interne a viale Mazzini.

Il riferimento al programma che continuerà su Rai 2 con Salvo Sottile – mantenendo lo stesso titolo Ore 14 – ha fatto emergere un altro nodo. Infante aveva espresso perplessità su questa decisione, definendola in alcune interviste come una scelta che poteva apparire “triste” o poco originale, soprattutto in relazione a certe grafiche promozionali. Sottile aveva replicato con ironia, difendendo il marchio editoriale della Rai e ironizzando a sua volta sul nuovo orario scelto dal collega. Uno scambio di battute che, da solo, potrebbe sembrare folkloristico, ma che in realtà fotografa le tensioni tipiche di un ambiente dove i volti e i format rappresentano asset preziosi.

Milo Infante non è nuovo a scelte coraggiose. Giornalista con una lunga esperienza, ha saputo costruire negli anni un’immagine di conduttore attento ai temi della cronaca nera e dei cold case, riuscendo a dare profondità a un contenitore pomeridiano. La sua partenza dalla Rai arriva dopo stagioni in cui aveva dovuto difendere il programma “col coltello tra i denti”, come lui stesso ha dichiarato, percependo forse un sostegno non sempre all’altezza dei risultati d’ascolto. Una dinamica che, nel servizio pubblico, riflette spesso le complessità tra scelte editoriali, equilibri interni e pressione degli ascolti.

Dall’altra parte, la Rai ribadisce il proprio ruolo di polo attrattivo per i talenti, pur accettando la naturale mobilità verso il privato. Rossi, nel suo intervento, ha tenuto a distinguere la stima personale per Infante – “personalmente sono legato a lui da rapporti di amicizia” – dalla delusione per un tono percepito come critico verso l’azienda che lo aveva ospitato a lungo. Un distinguo importante, che però non ha impedito alle sue parole di diventare virali e di alimentare commenti tra addetti ai lavori e telespettatori.

Al di là dei protagonisti, il caso Infante illumina un tema più ampio: il rapporto tra conduttori e aziende televisive in un’epoca di transizione digitale e frammentazione degli ascolti. La Rai, da servizio pubblico, deve bilanciare missione istituzionale e competitività sul mercato, mentre i volti di punta rappresentano spesso un investimento lungo e complesso. Quando uno di questi sceglie di cambiare rete, emergono inevitabilmente questioni di riconoscenza, di narrazione del proprio percorso e di difesa del brand.

Le reazioni nel mondo social e tra i colleghi mostrano divisioni. C’è chi apprezza la franchezza di Infante nel raccontare le difficoltà incontrate negli ultimi anni in Rai, e chi invece vede nelle sue parole un’ingratitudine verso un’azienda che gli ha dato visibilità nazionale. Allo stesso modo, l’intervento di Rossi viene letto da alcuni come una legittima difesa del servizio pubblico, da altri come un segnale di rigidità interna.

Per Ore 14, il futuro su Rai 2 con Salvo Sottile rappresenterà una prova importante: mantenere l’identità del format senza il suo conduttore storico non sarà semplice, ma potrebbe anche aprire a nuove declinazioni. Intanto, su Mediaset, Infante avrà la possibilità di reinventarsi in un contesto diverso, con maggiore libertà editoriale ma anche maggiori pressioni commerciali.

La televisione italiana resta un palcoscenico dove addii e arrivi generano sempre dibattito, perché i volti entrano nelle case degli italiani da decenni, diventando quasi familiari. Il caso Milo Infante non fa eccezione: al di là delle frecciate e delle ironie, racconta di un mestiere in evoluzione, di equilibri delicati tra lealtà e ambizione, e di un servizio pubblico che continua a confrontarsi con il privato in un mercato sempre più agguerrito.

Resta da vedere come evolveranno i rapporti e i programmi. Per ora, le parole di Rossi hanno riaperto una ferita che forse non si era mai del tutto rimarginata. E il pubblico, come sempre, osserva con attenzione.

Wendell Stewart

Wendell Stewart

Wendell Stewart is an international writer covering politics, music, literature, finance, sports, film, and global current affairs, known for clear, well-researched, and engaging reporting.

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