Strage in montagna: l’Italia chiede più sicurezza sulle vette

In poche settimane l’estate 2026 ha già segnato le Alpi con un bilancio tragico. Decine di escursionisti e alpinisti hanno perso la vita su pareti e ghiacciai tra Valle d’Aosta, Trentino e Veneto, con picchi drammatici come il fine settimana di metà giugno che ha contato sette morti in sole 24 ore. Dal Gran Paradiso al Monte Bianco, dal Cervino al Breithorn, la montagna – da sempre luogo di sfida e bellezza – si è trasformata ancora una volta in un ambiente ostile che non perdona errori, improvvisazione o sottovalutazione dei rischi amplificati dal cambiamento climatico.
Tutto è iniziato venerdì 12 giugno sulla parete nord del Gran Paradiso, uno dei quattromila interamente italiani. Tre alpinisti trentini esperti – Antonio Sardano di 49 anni, Maicol Zenatti di 39 e Sergio Martinelli di 29 – sono precipitati per centinaia di metri. Partiti all’alba dal rifugio Federico Chabod, non hanno fatto ritorno. I loro corpi sono stati recuperati dal Soccorso Alpino Valdostano solo in serata. Le indagini del Sagf della Guardia di Finanza di Entrèves ipotizzano che uno dei componenti della cordata possa essere scivolato, trascinando gli altri due.
Il giorno successivo, sabato 13 giugno, il bilancio è peggiorato ulteriormente. Sul versante francese del Monte Bianco, lungo la cresta Kuffner del Mont Maudit, hanno perso la vita due fratelli savoiardi di 26 e 24 anni, travolti probabilmente da una scarica di sassi. Nello stesso massiccio, sul ghiacciaio della Brenva, un altro alpinista francese è morto mentre la compagna è stata recuperata illesa. Sul Cervino, un quarto dramma: uno scalatore francese è precipitato dal Pic Tyndall lungo la via normale italiana, avvistato da una guida alla capanna Carrel.
Queste non sono state tragedie isolate. Nei giorni seguenti si sono registrati altri incidenti mortali: un alpinista sul Breithorn Orientale nel massiccio del Monte Rosa precipitato durante una discesa in corda doppia a circa 4.000 metri (9 luglio), due alpinisti romeni trovati senza vita in un crepaccio sul Gran Paradiso dopo essere stati traditi da un ponte di neve crollato (ritrovati il 13 luglio), e un grave incidente in Val di Fassa dove una donna di 64 anni è precipitata per 40 metri sulla Roda del Diavolo.
Secondo i dati storici del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico (CNSAS), il 2025 ha visto 528 morti in montagna, con un aumento rispetto agli anni precedenti, e migliaia di interventi. L’escursionismo resta l’attività più coinvolta, ma anche l’alpinismo su vie classiche mostra segnali preoccupanti. Le cause principali? Cadute, malori, ma soprattutto l’instabilità dei ghiacciai e delle pareti dovuta al riscaldamento globale, che rende i “ponti di neve” più fragili e aumenta il rischio di scariche di sassi.
Le organizzazioni di soccorso, come il Soccorso Alpino Valdostano e quello Trentino, sono sotto pressione. Volontari e tecnici operano spesso in condizioni estreme, con elicotteri che a volte devono attendere miglioramenti meteo per intervenire. Le autorità locali e nazionali stanno valutando misure concrete: dai bollettini meteo più capillari alla promozione di corsi di formazione obbligatori per chi si avvicina a quote elevate, fino a un possibile “patto per la sicurezza in vetta” che coinvolga CAI, guide alpine, Regioni e Ministeri.
Esperti e soccorritori ripetono da anni un messaggio semplice ma fondamentale: la montagna non è un parco divertimento. Consultare sempre i bollettini aggiornati, partire con attrezzatura adeguata, conoscere i propri limiti fisici e tecnici e comunicare l’itinerario a qualcuno restano regole basilari. Eppure, l’aumento del turismo “mordi e fuggi”, facilitato da social e app, porta anche persone poco preparate su sentieri e pareti impegnative.
Rimangono domande aperte. È sufficiente l’attuale sistema di prevenzione? Come bilanciare l’accessibilità alle montagne con la tutela della vita umana e dell’ambiente? Le istituzioni hanno annunciato tavoli di confronto urgenti, ma serviranno fatti concreti: investimenti in tecnologia di monitoraggio, campagne di sensibilizzazione mirate e magari limitazioni temporanee su vie particolarmente a rischio in determinati periodi.
Le famiglie delle vittime, comunità locali e il mondo dell’alpinismo italiano vivono questi giorni con dolore e rabbia. La montagna continuerà ad attrarre migliaia di appassionati, ma il prezzo pagato quest’estate impone una riflessione profonda. Non si tratta solo di commemorare chi non tornerà più a casa, ma di fare in modo che tragedie simili diventino sempre più rare. La bellezza delle nostre vette merita rispetto, preparazione e un impegno collettivo che non può più attendere.