Domenico Condello, il tentativo di furto al Tribunale di Milano per restituire un milione al clan

Un dipendente del Tribunale di Milano ha tentato di far arrivare quasi un milione di euro a un uomo legato al clan Condello. L’operazione è stata bloccata in tempo, ma ha aperto un’inchiesta che sta creando tensione dentro il Palazzo di Giustizia. Il funzionario, un 54enne indicato come D.B., è indagato per tentata truffa e falso con l’aggravante di favoreggiamento mafioso.
Secondo quanto ricostruito dai carabinieri del pm Stefano Ammendola, l’uomo avrebbe compilato un modulo per la restituzione di 989 mila euro, parte di una somma di circa due milioni confiscata anni prima. I soldi, custoditi nel Fondo Unico Giustizia, erano destinati a Massimiliano Richichi, condannato per aver aiutato la latitanza di Domenico Condello. Equitalia Giustizia ha segnalato l’anomalia il 15 luglio, fermando tutto.
Il dipendente, sentito dai suoi avvocati, è scoppiato in lacrime. «Mi hanno detto di firmare», ha raccontato, sostenendo di aver agito in buona fede e di non conoscere personalmente Richichi. Gli inquirenti verificano ora queste dichiarazioni e stanno esaminando altri fascicoli per capire se ci siano state irregolarità simili nella gestione di beni confiscati. La sua stanza è sotto sequestro.
Domenico Condello, detto Micu u pacciu, è uno dei nomi più noti della ‘Ndrangheta reggina. Nato nel 1956 nel quartiere Archi di Reggio Calabria, è stato a lungo tra i latitanti più pericolosi d’Italia. Cugino di Pasquale Condello, ha partecipato alla seconda guerra di ‘Ndrangheta e ha collezionato condanne all’ergastolo per omicidi, associazione mafiosa, traffico di droga ed estorsioni. Fu arrestato nel 2012 dopo oltre vent’anni di fuga, nascosto nel Reggino.
La rete che lo aveva protetto è stata colpita più volte. Richichi, il destinatario dei fondi nel caso milanese, risulta condannato proprio per aver contribuito a quella latitanza. Il clan Condello, pur indebolito dagli arresti, ha mantenuto radici profonde nel territorio, con interessi in varie attività illecite.
Il caso milanese colpisce perché mostra una possibile infiltrazione in un ufficio giudiziario del Nord. Il dipendente non era un cancelliere specializzato nella gestione dei sequestri, ma un autista dei Gip che nel tempo aveva preso incarichi più ampi, soprattutto durante la pandemia. Secondo l’accusa, avrebbe avviato la procedura senza un provvedimento valido del giudice.
Questa vicenda riporta l’attenzione sulla difficoltà di controllare i patrimoni confiscati alla criminalità organizzata. Miliardi di euro passano attraverso questi meccanismi e ogni falla può diventare un’occasione per le cosche. Nel caso specifico, l’obiettivo sembrava restituire liquidità a soggetti vicini al clan, aggirando le confische.
Gli investigatori proseguono gli accertamenti. Nei prossimi giorni potrebbero esserci nuovi interrogatori e perquisizioni. L’inchiesta rischia di allargarsi, con conseguenze sul piano disciplinare per il dipendente e possibili riflessi su altri procedimenti.
La storia di Domenico Condello ricorda quanto sia lunga la lotta alla ‘Ndrangheta. I boss storici finiscono in carcere, ma le reti di sostegno e i tentativi di recuperare risorse continuano. Questo episodio milanese dimostra che la sorveglianza deve essere costante anche lontano dalla Calabria, negli uffici che maneggiano i beni sequestrati.
Per i cittadini è un segnale chiaro: le istituzioni devono rafforzare i controlli interni per evitare che soldi pubblici tornino, per vie traverse, nelle mani di chi ha scelto la criminalità. L’indagine è solo all’inizio, ma ha già messo in luce un punto debole che andrà corretto.