Caduta razzo cinese da 11 tonnellate: l’Europa con il fiato sospeso, poi il sollievo amaro nel Pacifico

caduta razzo cinese

Per ore l’Europa ha trattenuto il respiro: un pezzo di razzo cinese da 11 tonnellate, lungo oltre 12 metri, precipitava incontrollato verso la Terra, e le mappe orbitali lo facevano passare proprio sopra le nostre teste. Caduta razzo cinese era ovunque, sui social, nei gruppi WhatsApp delle famiglie, nei titoli che rimbalzavano da Roma a Berlino. L’Italia, per un momento, è stata persino nella zona rossa del rischio. Poi, intorno alle 13:30 italiane del 30 gennaio 2026, la notizia: il relitto ZQ-3 R/B è affondato nel Pacifico meridionale, a circa 2000 km a sud-est della Nuova Zelanda. Nessun danno, nessun ferito. Ma il sollievo dura poco, perché resta una domanda che brucia: perché dobbiamo ancora affidarci al caso quando si parla di tonnellate di acciaio che piovono dal cielo?

Tutto è iniziato il 3 dicembre 2025, quando la startup cinese LandSpace ha lanciato il razzo Zhuque-3 dalla base di Jiuquan. Era il volo inaugurale di un lanciatore ambizioso, pensato per essere in parte riutilizzabile come i Falcon di SpaceX. Ma il secondo stadio, quello pesante 11 tonnellate e fatto in buona parte di acciaio resistente al calore, non è stato guidato a un rientro controllato. È rimasto in orbita a decadere lentamente, vittima della resistenza atmosferica, fino a trasformarsi in un proiettile imprevedibile. Razzo cinese in caduta: le parole che hanno fatto scattare l’allarme nei centri di tracciamento europei (EU SST), americani e anche polacchi, che hanno emesso avvisi per il nord del Paese.

Le agenzie spaziali hanno seguito la traiettoria in tempo reale, aggiornando finestre di rientro che oscillavano da ore a minuti. Prima l’incertezza copriva mezza giornata, poi si è stretta a un’ora scarsa. L’Italia è stata esclusa presto dalla zona di impatto, ma per diverse ore i calcoli la tenevano dentro il corridoio possibile. Sui social italiani l’ansia si è mescolata allo scetticismo: meme con la Torre di Pisa che schiva detriti, battute su “i cinesi che ci mandano i regali”, ma anche paura vera. “Se cade su Milano chi paga i danni?”, chiedeva qualcuno. “Perché non li fanno rientrare in sicurezza come fanno gli americani?”, ribattevano altri. La fascinazione per il pericolo si è accesa in fretta: storie di gente che guardava il cielo aspettando bagliori, live su TikTok con filtri apocalittici, teorie su “test segreti” o “punizioni divine”. Tipico della nostra epoca: un evento raro diventa subito dramma collettivo, amplificato da notifiche push e algoritmi che premiano l’emotività.

E qui entra il nodo che pochi dicono ad alta voce. La Cina sta correndo velocissima nella corsa spaziale: record di lanci nel 2025, stazioni orbitali, sonde lunari. Ma il prezzo è una gestione dei detriti che appare, agli occhi occidentali, fin troppo rilassata. Non è la prima volta: negli ultimi anni diversi stadi di Long March hanno fatto rientri incontrollati, finendo in mare o in zone disabitate per pura fortuna statistica. Le probabilità che un frammento colpisca una persona sono bassissime – una su diversi trilioni, dicono gli esperti – eppure l’idea di 11 tonnellate di metallo che sfrecciano a 28.000 km/h senza guida precisa fa rabbrividire. Le rassicurazioni ufficiali (“nessun rischio significativo per la popolazione”) suonano sincere, ma anche un po’ fredde quando pensi che l’alternativa era un impatto casuale su una città europea.

Il razzo è caduto in oceano, come quasi sempre capita. Ma il problema non sparisce con lo splash. Ogni lancio aumenta il campo di detriti orbitali, e prima o poi la statistica potrebbe girare male. L’Europa monitora, avvisa, chiude temporaneamente spazi aerei se serve (come già successo in passato), ma non può impedire che altri Paesi lancino senza sistemi di deorbit controllato. C’è una sottile frustrazione: da una parte la fascinazione per il progresso spaziale cinese, dall’altra il fastidio per una gestione che sembra privilegiare velocità e quantità rispetto alla sicurezza planetaria condivisa.

Alla fine, il razzo cinese è tornato a casa nel modo più banale: in acqua, lontano da occhi umani. Ma per ore ci ha ricordato quanto siamo piccoli e vulnerabili sotto un cielo sempre più affollato. E se la prossima volta non fosse il Pacifico?

Wendell Stewart

Wendell Stewart

Wendell Stewart is an international writer covering politics, music, literature, finance, sports, film, and global current affairs, known for clear, well-researched, and engaging reporting.

Read More →