Askatasuna Cos’è: Il Centro Sociale che Ha Infiammato Torino tra Violenza e Lotte per la Libertà – Il Poliziotto Picchiato Diventa Simbolo di una Guerra Aperta

Torino, 1 febbraio 2026 – Le strade di Torino ancora fumano dopo la tempesta di ieri: un corteo che doveva essere una rivendicazione di libertà si è trasformato in un inferno di guerriglia urbana, con un poliziotto accerchiato e massacrato a calci, pugni e martellate da un branco di incappucciati. Alessandro Calista, 29 anni, agente del reparto mobile di Padova, originario di Pescara, sposato e padre di un bimbo piccolo, è finito a terra in corso Regina Margherita, proprio davanti alla ex sede del centro sociale Askatasuna. “Ero solo tra gli incappucciati, ho perso il casco e ho sentito un dolore terribile alla coscia”, ha raccontato dal letto d’ospedale alle Molinette, dove è ricoverato con contusioni multiple e una ferita suturata. Il video dell’aggressione, girato da un telefono e rimbalzato su social come X e Instagram, ha scioccato l’Italia: milioni di visualizzazioni, con commenti che vanno dall’odio verso i “delinquenti” alla difesa dei manifestanti come “vittime di repressione”. Ma al centro di tutto c’è Askatasuna: cos’è questo nome che suona come un grido basco e che ha portato in piazza 20-50mila persone da tutta Italia e dall’estero?
Askatasuna, in lingua basca, significa “libertà”. Non è un caso: dal 1996, un gruppo di autonomi ha occupato un palazzo abbandonato in corso Regina Margherita 47, nel quartiere Vanchiglia, trasformandolo in un covo di resistenza. Nato dalle ceneri di un’antica opera pia per l’infanzia, l’edificio comunale era in rovina dagli anni ’80. Gli occupanti lo hanno rivitalizzato con iniziative culturali, politiche e sociali: doposcuola per bambini, sostegno agli sfrattati, proteste contro il razzismo e la guerra. Per i suoi sostenitori, Askatasuna è un “bene comune”, un baluardo contro il sistema, un luogo dove la comunità respira libertà vera, lontano dalle ipocrisie istituzionali. Ma per i detrattori, è un nido di violenza: da quasi 30 anni, il centro è legato a scontri con la polizia durante cortei contro il G8, No Tav, pro-Palestina. La sua reputazione è controversa, con accuse di essere un rifugio per antagonisti pronti a tutto, inclusi atti vandalici come l’assalto alla redazione de La Stampa o alle Officine Grandi Riparazioni.
E ieri, 31 gennaio, la tensione è esplosa. La manifestazione Torino oggi era annunciata come una risposta allo sgombero del 18 dicembre 2025, ordinato dal ministero dell’Interno dopo perquisizioni legate a disordini recenti. Tre cortei da Porta Nuova, Porta Susa e Palazzo Nuovo si sono uniti in piazza Vittorio, con famiglie, bambini e slogan come “Torino partigiana”. Ma quando un gruppo di 500 incappucciati ha deviato verso l’ex sede, è scoppiato il caos: bombe carta, petardi, sassi contro gli agenti; idranti, lacrimogeni e cariche in risposta. Torino scontri oggi: due ore di guerriglia, un blindato incendiato, cassonetti in fiamme, negozi devastati. Bilancio: 103 feriti, di cui 29 agenti (alcuni gravi), due arresti e denunce a piede libero. La polizia parla di “violenza premeditata”, i manifestanti di “provocazione statale”.
Dietro le scene, la rivalità tra manifestanti e forze dell’ordine è un dramma psicologico profondo: da un lato, la rabbia accumulata di chi vede Askatasuna come ultimo spazio di autonomia contro un governo “fascista”; dall’altro, agenti esposti a rischi estremi, con Calista diventato simbolo di un sistema sotto attacco. “Ho fatto solo il mio dovere”, ha detto lui, ma il suo sguardo tradisce lo choc. Sui social, l’outrage è diviso: chi grida “galera per i teppisti”, chi insinua che la polizia abbia esagerato, caricando un corteo pacifico. Video poliziotto Torino virali: “Questi sono nuovi fascisti”, tuona qualcuno; “Solidarietà a Calista, eroe in divisa”, ribattono altri.
Le onde politiche sono immediate e feroci. Il presidente del Piemonte Alberto Cirio, in visita ieri sera agli agenti feriti, non usa mezzi termini: “Askatasuna da 30 anni delinque, occupa abusivamente e usa ogni causa per l’illegalità. L’impunità incentiva la violenza – date spazi alle famiglie, non ai centri sociali”. Cirio, che ha sempre osteggiato patti con Askatasuna, vede qui la conferma: “Usare ‘Torino partigiana’ per giustificare questo è un’offesa alla Resistenza”. Oggi, la premier Giorgia Meloni è atterrata a Caselle per incontrare Calista e altri feriti: “Non è protesta, è tentato omicidio. Colpito lo Stato”. Anche il presidente Mattarella ha chiamato il ministro Piantedosi per esprimere solidarietà. Dalla prefettura e questura, voci sussurrano di indagini serrate: “Askatasuna era un covo di tensioni, lo sgombero era inevitabile”. Ma tra i manifestanti, c’è chi mormora di una repressione mirata per silenziare il dissenso, con Cirio accusato di cedere a pressioni governative.
Torino cronaca oggi è questa: una città spaccata, dove la libertà di Askatasuna si scontra con l’ordine pubblico. Perché esplode ora? Perché dopo decenni di tolleranza, il governo Meloni ha deciso di chiudere i conti con gli spazi autonomi, in un clima di guerra globale e tensioni interne. Askatasuna non è solo un edificio: è un simbolo di ego clash collettivo, tra chi lotta per un mondo diverso e chi difende lo status quo. E mentre Calista si riprende, la domanda rimane: libertà per chi? La Torino di oggi è un avvertimento – le scintille di ieri potrebbero accendere fuochi più grandi.