Ghali e il post polemico che scuote le Olimpiadi: “L’arabo era di troppo, è tutto un gran teatro”

Milano, 6 febbraio 2026 – Alla vigilia della cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina, Ghali ha scelto di non tacere. Con un post su Instagram scritto in tre lingue – italiano, inglese e arabo – il rapper milanese ha lasciato cadere una bomba che ha fatto tremare i palchi di San Siro e le chat di mezzo Paese: “So anche perché non ho più potuto cantare l’Inno d’Italia. So perché mi hanno proposto di recitare una poesia sulla pace… So che una lingua, quella araba, all’ultimo era di troppo”. E poi la frase che ha fatto scattare l’allarme: “So che è tutto un gran teatro”. Domani sera sarà lì, sul palco con Mariah Carey, Laura Pausini e Andrea Bocelli, ma il suo messaggio arriva come un pugno nello stomaco: inclusione sì, ma con il bavaglio.
Il post polemico di Ghali non è un capriccio da star. È un grido soffocato, un’eco di quanto già successo a Sanremo 2024, quando il suo appello a “fermare il genocidio a Gaza” gli valse accuse pesanti, attacchi dalla Lega e silenzi imbarazzati. Ora, a poche ore dall’evento che dovrebbe unire l’Italia sotto i cinque cerchi, il cantante di origini tunisine rivela i retroscena: gli era stato chiesto di cantare l’inno, poi la proposta è sfumata; gli hanno offerto di recitare una poesia sulla pace, ma l’arabo – la sua lingua materna, quella delle radici – è diventato improvvisamente “di troppo”. Modifiche dell’ultimo minuto, censure preventive, un invito che sa di compromesso. “So quando una voce viene accettata. So quando viene corretta. So quando diventa di troppo”, scrive, e il sottotesto è chiaro: lo vogliono come simbolo di diversità, ma solo se resta muto su ciò che conta davvero per lui.
Le reazioni sono esplose in poche ore. Sui social fioccano i cuori da chi lo difende (“Ghali più italiano di tanti italiani”, “Grazie per non chinare la testa”), ma anche gli insulti da chi lo accusa di strumentalizzare l’evento (“Va a fare il comizio alle Olimpiadi?”). C’è chi parla di censura vera e propria, chi di vittimismo calcolato. Il ministro Abodi aveva provato a spegnere le polemiche giorni fa: “Non esprimerà il suo pensiero su quel palco”. E Ghali risponde, indirettamente, con un “so che un mio pensiero non può essere espresso. So anche che un mio silenzio fa rumore”. È un duello a distanza tra chi vuole le Olimpiadi come vetrina asettica e chi le vede come occasione per dire qualcosa di vero, anche se scomodo.
Perché questo post polemico di Ghali brucia così tanto? Perché tocca nervi scoperti: l’Italia che si proclama accogliente ma storce il naso quando l’accoglienza include voci diverse, lingue diverse, pensieri diversi. Il rapper che da anni parla di identità mista, di seconde generazioni, di pace in un mondo in guerra, ora si trova a rappresentare un Paese che – a parole – celebra l’universalità, ma nei fatti chiede conformismo. Domani a San Siro canterà, sì, ma non l’inno, e forse non la poesia che avrebbe voluto. E quel silenzio forzato, paradossalmente, urla più forte di qualsiasi strofa.
I fan lo aspettano con il fiato sospeso: sarà un’esibizione blindata o troverà il modo di far passare un messaggio? La Lega continua a tuonare contro la sua presenza, la sinistra grida alla censura preventiva, i social si dividono tra solidarietà e sarcasmo. Intanto Ghali, con la sua solita schiettezza, ha già spostato il riflettore: non solo sui Giochi, ma su chi decide quali voci meritano di essere ascoltate e quali devono restare in ombra. Domani sera, mentre le luci si accenderanno su San Siro, molti occhi non guarderanno solo lo spettacolo: cercheranno di capire se, in quel “gran teatro”, c’è spazio anche per la verità.
