Cesare Castellotti se n’è andato: l’uomo delle giacche a quadri che raccontava la Juve senza mai scomporsi

cesare castellotti

Torino, 6 febbraio 2026 – Ieri, 5 febbraio, Torino ha perso una delle sue voci più riconoscibili, più sobrie, più inevitabilmente torinesi. Cesare Castellotti è morto a 86 anni nella città che lo aveva visto nascere il 12 settembre 1939 e che aveva raccontato per decenni, microfono in mano, senza mai alzare la voce. Il giornalista Rai, storico corrispondente da Torino per 90° Minuto, se n’è andato lasciando un vuoto che non è solo professionale: è il vuoto di un’epoca in cui il calcio si raccontava con misura, eleganza e una certa distanza aristocratica, senza urla, senza eccessi, senza bisogno di fare il fenomeno.

Entrato in RAI all’inizio degli anni Sessanta, Cesare Castellotti ha iniziato dal Telegiornale unico, poi passato al TG1, occupandosi soprattutto di FIAT – l’industria che dava il polso economico alla città – e di sport. Ma è con 90° Minuto, il programma domenicale di Paolo Valenti, che è diventato un volto popolare. Uno dei “magnifici sette”, come li chiamavano: lui da Torino per Juventus e Toro, Luigi Necco da Napoli, Tonino Carino da Roma, e via dicendo. Ogni domenica alle 18:15, quando partiva la sigla, gli italiani sapevano che da Torino sarebbe arrivato Cesare Castellotti, impettito, giacca quadrettata sempre abbottonata fino all’ultimo bottone, cravatta a volte improbabile, voce baritonale che non tremava mai. Raccontava i gol di Platini o di Pulici, le sconfitte cocenti, le rimonte epiche, ma sempre con lo stesso aplomb, come se stesse commentando un bollettino del tempo.

E proprio quelle giacche vistose – una in particolare di velluto marrone e giallino, regalo del sarto Litrico – sono diventate il suo marchio. Teo Teocoli lo imitava alla perfezione: “Cesare, dimmi tuuu…”, con quel tono pacato e leggermente compassato che faceva ridere l’Italia. Lui sorrideva, bonario: “Ma credo di non essere mai stato eccessivo”. Eppure quelle giacche, in un’epoca di sobrietà televisiva, erano già un piccolo atto di ribellione. Un modo per dire: io sono un signore di Torino, porto la città addosso, anche se parlo di calcio.

Cesare Castellotti ha coperto cinque Mondiali di calcio e sei Olimpiadi come inviato, ha vinto il Premio Saint Vincent nel 1975 da mani di Giovanni Leone, è stato nella FNSI fino al 2006. Dopo il pensionamento non si è ritirato: ha diretto fino all’ultimo “Il Dossier”, testata online specializzata in auto. Ma è per 90° Minuto che lo ricordano tutti. Carlo Nesti lo ha definito “grande e nobile professionista”. Aldo Grasso ha sottolineato come il suo stile misurato fosse uno dei segreti del successo del programma: 10 milioni di spettatori ogni domenica, perché era prevedibile, affidabile, mai sopra le righe.

Eppure, dietro quella facciata imperturbabile, c’era un uomo che amava il calcio con passione vera. Ha raccontato lo scudetto del Toro 1976 con emozione contenuta, ha seguito la Juve di Trapattoni e di Lippi senza mai fare il tifo in onda, ma sapendo tutto di tutti. Sui social oggi fioccano i ricordi: “Era il calcio che non c’è più”, “Uno stile che manca”, “Le sue giacche valgono più di mille moviole”. Qualcuno posta le vecchie clip di 90° Minuto: eccolo lì, Cesare Castellotti, sullo schermo in bianco e nero prima, a colori poi, sempre uguale a se stesso. Alto, massiccio, baffi per un periodo, poi senza, ma sempre composto.

La sua morte, a un giorno dall’anniversario di una Torino che cambia, sembra chiudere un capitolo. Oggi il calcio si racconta con urla, polemiche, social in fiamme. Lui apparteneva a un altro mondo: quello in cui il giornalista era una garanzia di serietà, non di spettacolo. Eppure, con quelle giacche sgargianti e quella voce calma, ha fatto spettacolo lo stesso. Perché la vera eleganza non ha bisogno di alzare la voce.

Cesare Castellotti se n’è andato come ha vissuto: senza clamore. Ma il silenzio che lascia è assordante.

Wendell Stewart

Wendell Stewart

Wendell Stewart is an international writer covering politics, music, literature, finance, sports, film, and global current affairs, known for clear, well-researched, and engaging reporting.

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