Giletti contro Ranucci: le chat sulla “lobby gay” che dividono la Rai e feriscono nel profondo

Roma, 10 febbraio 2026 – È scoppiata la bomba in casa Rai. Massimo Giletti, lunedì sera a “Lo Stato delle Cose”, ha aperto la trasmissione con un intervento al vetriolo, mostrando in diretta le chat integrali tra Sigfrido Ranucci e Maria Rosaria Boccia. Quelle stesse conversazioni, finite agli atti dell’inchiesta sul Boccia-gate, parlano di un presunto “giro gay” pericolosissimo, con nomi pesanti: Tommaso Cerno, Alfonso Signorini, Marco Mancini e, alla fine, proprio Giletti. Un messaggio che brucia come sale su una ferita aperta: “E Giletti”. Parole che hanno scatenato una delusione umana profonda nel conduttore piemontese, che non ha risparmiato il collega di Report.
La vicenda non è nuova. Tutto nasce da uno scambio WhatsApp del 17 settembre 2024, pochi giorni dopo le dimissioni di Gennaro Sangiuliano. Boccia scrive a Ranucci dopo aver visto Cerno in tv: “È davvero scandaloso”. Ranucci risponde: “Quello è un altro del giro… giro gay, pericolosissimo”. Boccia: “Come Signorini”. Ranucci: “Sì”. Poi “E il signor B.” e la chiusura: “E Giletti”. Messaggi che Il Giornale ha pubblicato per primo, scatenando la reazione di Ranucci: manipolati, tagliati, privi di contesto. Ma Giletti, carte alla mano, ha dimostrato il contrario. Nessun taglio, nessuna alterazione. Le parole sono lì, crude, inequivocabili.
E ora la Rai trema. Due volti storici della rete pubblica, entrambi campioni del giornalismo d’inchiesta, si trovano uno contro l’altro in un duello che va oltre le personali offese. Giletti, con la voce rotta dall’emozione, ha ricordato l’attentato subito da Ranucci e la solidarietà ricevuta allora. “Ti sono stato vicino senza se e senza ma”, ha detto. Ma poi la stoccata: “Queste parole non hanno nulla a che fare con la libertà di informazione. La libertà di informazione è coraggio, verità, schiena dritta. Non gossip, non battute”. Una delusione che va oltre il professionista: è umana, profonda, quasi familiare. Come se un amico avesse tradito una fiducia costruita in anni di battaglie comuni.
Il contesto è esplosivo. Maria Rosaria Boccia, rinviata a giudizio per stalking e lesioni nei confronti di Sangiuliano, è al centro di un vortice giudiziario e mediatico. Le sue chat con Ranucci – che hanno contribuito al servizio di Report sull’audio privato dell’ex ministro – ora tornano come boomerang. Boccia ha presentato reclamo al Garante della Privacy, denunciando violazione della sfera privata. Ranucci ha difeso la sua posizione, parlando di frasi estrapolate, di contesto omesso (il riferimento a Marco Mancini, ex 007). Ma Giletti non ci sta: “Mi hai mandato un messaggio dicendo che era tutto manipolato. E io ti ho creduto. Poi ho visto le carte. E la delusione è doppia”.
Sui social e nei corridoi di Viale Mazzini il dibattito infuria. C’è chi difende Ranucci: “Un errore, una chiacchierata privata, capita”. C’è chi attacca: “Omofobia mascherata da complottismo, inaccettabile per un giornalista Rai”. Altri ironizzano: “La lobby gay esiste davvero? O è solo il fantasma che usano quando serve?”. Ma sotto la battuta c’è disagio: in un’epoca in cui la privacy è un valore sbandierato a parole, vedere due giornalisti di punta infilarsi in gossip di questo tipo lascia l’amaro in bocca. E poi c’è la domanda che tutti si pongono: come può la Rai, che predica etica e deontologia, gestire un conflitto così crudo tra i suoi volti più noti?
Massimo Giletti ha chiuso il monologo con una frase che pesa: “Siamo della stessa azienda, finire a parlare di questa roba è triste”. Triste, sì. Ma anche inquietante. Perché quando i guardiani della verità iniziano a dubitare l’uno dell’altro, a puntare il dito su presunte lobby invisibili, chi resta a difendere la credibilità del giornalismo? La Rai ora deve scegliere: tacere o affrontare il nodo. Intanto, tra i telespettatori italiani, resta una sensazione diffusa: in tv, come nella vita, le maschere cadono quando meno te lo aspetti. E spesso fanno male.
