Gratteri spacca l’Italia: “Votano Sì imputati e massoneria deviata”, Nordio lo sfida con test psico-attitudinali – la guerra per il referendum infuria

Roma, 13 febbraio 2026 – Nicola Gratteri non ha mai avuto paura di sparare dritto, ma stavolta ha colpito al cuore del potere. In un’intervista al Corriere della Calabria, il procuratore di Napoli ha trasformato la campagna referendaria sulla giustizia in un duello senza esclusione di colpi: «Voteranno per il Sì gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente». Parole che pesano come macigni, pronunciate da chi per decenni ha rischiato la vita per combattere ‘ndrangheta e narcos, e ora si ritrova a difendere l’indipendenza della magistratura da una riforma che, a suo dire, serve solo ai ricchi e ai potenti.
Il referendum del 22-23 marzo sulla separazione delle carriere tra pm e giudici, voluto dal ministro Carlo Nordio, era già un campo minato. Ma Gratteri ha acceso la miccia definitiva. Per il No – quello che lui sostiene con passione – voterebbero «le persone perbene, quelle che credono nella legalità come pilastro del cambiamento». Il Sì? Il voto di chi ha tutto da guadagnare da un sistema depotenziato: imputati che temono indagini aggressive, logge deviate, lobby che odiano un pm autonomo e non “superpoliziotto” come lo vorrebbe la riforma. È una dicotomia brutale, buoni contro cattivi, legalità contro privilegi. E l’Italia si è spaccata in due.
La reazione del centrodestra è furibonda. Nordio, Guardasigilli e padre putativo della riforma, si dice «sconcertato» e tira fuori l’arma più velenosa: «Mi chiedo se l’esame psico-attitudinale che proponiamo per l’inizio della carriera dei magistrati non serva anche alla fine». Una stilettata che sa di minaccia disciplinare, di voglia di mettere a tacere un magistrato scomodo. Il Csm ha già aperto una pratica per valutare profili disciplinari, mentre Ignazio La Russa si dichiara «basito» e parla di offesa a milioni di cittadini. Mulè di Forza Italia ironizza amaramente: «Arrestateci tutti». Tajani definisce l’intervento «offensivo per la libertà». Salvini annuncia denunce. È una mobilitazione totale: il governo sente puzza di bruciato, perché i sondaggi mostrano il No in rimonta, e Gratteri sta diventando il testimonial involontario – o forse voluto – di una rivolta contro la riforma.
Gratteri non arretra. A Piazzapulita su LA7 ha chiarito, con il tono di chi ha superato la paura da decenni: «Chi mi accusa è in malafede, le mie parole sono state strumentalizzate e parcellizzate». Non ha ritrattato: ha solo precisato che non tutti i Sì sono da centri di potere, ma che quel voto conviene a chi vuole una giustizia più morbida. È il classico Gratteri: diretto, senza fronzoli, capace di dividere il mondo in bianco e nero. Ma proprio per questo pericoloso per chi lo vede come un politico in toga, uno che entra a gamba tesa nel dibattito referendario e rischia di spostare voti con la sola forza della sua credibilità anti-mafia.
Sui social l’atmosfera è elettrica. Da una parte i fan: «Grande Gratteri, ultimo baluardo della legalità», «Ha ragione, il Sì è per chi ha scheletri nell’armadio». Dall’altra gli haters: «Entra in politica», «Offende milioni di onesti che vogliono riforme». La polarizzazione è totale, e il referendum – che fino a poche settimane fa vedeva il Sì in netto vantaggio – ora balla su un filo. Conte e Nordio si sfideranno il 25 febbraio a Palermo, Meloni potrebbe scendere in campo con comizi. Ma è Gratteri a tenere banco: un uomo che ha vissuto sotto scorta per anni, che ha visto morire colleghi come Falcone e Borsellino, e che ora accusa il potere di voler castrare la magistratura per proteggere se stesso.
La domanda che aleggia è una sola: quanto costa dire la verità in un Paese dove la giustizia è diventata terreno di scontro ideologico? Gratteri ha scelto di non stare zitto, anche a costo di inimicarsi mezzo Parlamento. E mentre il Csm indaga e Nordio lo punzecchia, lui continua a combattere la sua battaglia: per una giustizia che non faccia sconti a nessuno, potenti inclusi. In un’Italia stanca di privilegi, forse è proprio questo a renderlo intoccabile. O forse no.
