Mimmo Liguoro, l’addio al giornalista che non abbassava mai lo sguardo: l’Italia piange un signore del Tg2 e Tg3

mimmo liguoro

Roma, 19 febbraio 2026 – Ieri sera, mentre l’Italia si preparava a spegnere le luci, una notizia ha attraversato come un brivido i corridoi della Rai e le chat dei vecchi colleghi: Mimmo Liguoro se n’è andato. A 84 anni, nella sua Roma adottiva, si è spento uno degli ultimi grandi volti del telegiornalismo italiano, quello che entrava nelle case con la cravatta annodata e la voce ferma, senza mai alzare il tono ma nemmeno abbassare lo sguardo. Nato a Torre del Greco il 16 luglio 1941, Mimmo ha attraversato quasi mezzo secolo di informazione pubblica: caporedattore e conduttore del Tg2 dal 1982 al 1995, poi passato al Tg3 fino al 2006, quando la pensione lo ha portato via dal video ma non dal mestiere.

La sua scomparsa arriva a poche ore dalla morte di Laura Masiello, un’altra voce campana strappata troppo presto, e questo doppio lutto ha trasformato il cordoglio in qualcosa di più profondo, quasi collettivo. Sui social napoletani e romani si moltiplicano i ricordi: “Era un gentiluomo, faceva domande secche senza supponenza”, scrive chi lo ha conosciuto da vicino. “Grande tifoso del Napoli, ma mai uno strillo da curva”, aggiungono altri. Eppure, dietro la compostezza che lo ha reso icona di sobrietà, c’è chi sussurra che Mimmo portasse dentro una malinconia sottile, quella di chi ha visto il giornalismo cambiare sotto i suoi occhi: dalla Rai dei grandi ascolti alla frammentazione digitale, dai telegiornali evento alla corsa al click.

Chi lo ha incrociato nei corridoi di viale Mazzini lo descriveva sempre uguale: elegante, preparato, con quella cadenza campana che non nascondeva ma nemmeno ostentava. Ha raccontato l’Italia degli anni Ottanta e Novanta – dall’elezione di Cossiga al ritorno in tv di Enzo Tortora nel 1987, notizia che diede proprio lui al Tg2 – con uno stile che oggi sembra quasi d’antan: niente sensazionalismo, niente inseguimento del gossip politico, solo fatti e contesto. Eppure, proprio questa linearità lo ha reso scomodo in certi ambienti. Non era un conduttore da copertina patinata, non inseguiva i salotti del potere: preferiva il rigore alla visibilità, e questo, in un mestiere che via via ha premiato l’urlo e lo show, lo ha lasciato un po’ ai margini negli ultimi anni.

Torre del Greco lo piange come un figlio illustre che non ha mai dimenticato le radici: laurea in Giurisprudenza alla Federico II, esordi nel giornalismo locale prima del grande salto a Roma. Ha insegnato all’Istituto per la Formazione al Giornalismo di Urbino, lasciando traccia in generazioni di cronisti che oggi postano foto sbiadite con lui in aula. “Un giornalista cui stava a cuore l’analisi delle radici”, ha scritto qualcuno che lo ha seguito da vicino. E forse è proprio questo il nodo che rende la sua morte così sentita ora: in un’epoca di notizie mordi-e-fuggi, Mimmo Liguoro rappresentava l’opposto, il tempo dedicato alla comprensione, la domanda che non ferisce ma scava.

Il cordoglio è trasversale: dalla Rai che lo ha salutato come “storico volto”, ai colleghi che parlano di “un signore del mestiere”, fino ai tifosi azzurri che ricordano il suo amore discreto per il Napoli. Non ci sono scandali, non ci sono polemiche esplosive nella sua biografia: eppure proprio l’assenza di rumore lo rendeva speciale. In un’Italia che urla per farsi sentire, Mimmo parlava piano e tutti ascoltavano.

Oggi il giornalismo italiano è un po’ più povero, un po’ più rumoroso. E forse, proprio per questo, l’eco della sua voce sobria mancherà più di quanto molti siano disposti ad ammettere.

Wendell Stewart

Wendell Stewart

Wendell Stewart is an international writer covering politics, music, literature, finance, sports, film, and global current affairs, known for clear, well-researched, and engaging reporting.

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