Sondaggio referendum giustizia: il No rimonta e fa tremare Palazzo Chigi, Meloni corre ai ripari con sondaggi da 146mila euro

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ROMA – Manca poco più di un mese al 22 e 23 marzo e il referendum confermativo sulla riforma della giustizia si sta trasformando in un incubo per Giorgia Meloni. I sondaggi più recenti raccontano una storia inquietante: il Sì alla separazione delle carriere, bandiera del governo e del ministro Carlo Nordio, perde terreno giorno dopo giorno. Il No recupera con forza, alimentato da una rabbia sorda contro il potere, contro i giudici percepiti come intoccabili, ma anche contro un esecutivo che molti accusano di voler piegare la toga al proprio volere. E mentre il fronte del Sì arranca, a via della Scrofa e a Palazzo Chigi scatta l’allarme rosso: la premier ha appena sganciato 146mila euro per commissionare a Tecnè tre maxi-rilevazioni su 25mila italiani, un’operazione disperata per capire dove sta andando il vento e come convincere gli indecisi prima che sia troppo tardi.

L’ultimo colpo arriva da Only Numbers per Porta a Porta: il Sì al 52,3%, con un vantaggio di quasi cinque punti. Ma è un dato che sa di illusione, perché gli altri istituti dipingono un quadro ben diverso. Swg per TgLa7 certifica il testa a testa: 38% Sì, 38% No, con il No in trend positivo che rosicchia consensi proprio dagli astenuti e dagli indecisi. Ipsos per il Corriere la mette ancora più dura: con affluenza bassa (intorno al 40-46%), il No vince 50,6% a 49,4%. Solo se va a votare almeno il 46% il Sì ribalta, e con il 52% diventa netto. YouTrend per Sky Tg24 è lapidario: bassa affluenza significa vittoria schiacciante del No. La forbice si chiude, l’entusiasmo del centrodestra si sgonfia, mentre l’opposizione – Pd in testa, ma con pezzi sparsi anche nel M5s e tra i radicali – cavalca l’onda del “no alla Meloni”, trasformando un quesito tecnico in un referendum sul governo.

E qui entra il vero dramma psicologico di questi giorni. Meloni sa che il rischio più grande non è perdere sul merito – la separazione delle carriere piace a molti elettori di destra stanchi di “toghe rosse” e processi infiniti – ma vedere il voto trasformarsi in un plebiscito anti-governo. Nordio lo ha ammesso a denti stretti: la politicizzazione uccide la riforma. Eppure è proprio la campagna aggressiva, con attacchi continui alla magistratura e al Csm dipinto come “sistema para-mafioso”, a spingere gli elettori moderati verso il No. Gli indecisi, quei 42-43% che oscillano tra astensione e voto, sentono puzza di rivalsa politica e si tirano indietro. Risultato? Affluenza prevista in calo di 3-4 punti nelle ultime settimane, secondo Antonio Noto. Gli italiani vogliono rassicurazioni, non rissa permanente.

Nei talk show e sui social il clima è elettrico. Da una parte i sostenitori del Sì gridano al complotto delle toghe contro il popolo sovrano, invocando Di Matteo e le sue denunce sul Csm. Dall’altra l’opposizione urla allo sfascio dello Stato di diritto, con Schlein e Conte che martellano sul pericolo autoritario. Ma sotto la superficie cova un malumore più profondo: tanti elettori di centrodestra, quelli che hanno votato Meloni per cambiare davvero, si sentono traditi da una riforma che appare pasticciata, lontana dalle promesse elettorali. “Votare Sì significa dare carta bianca a Nordio, ma se poi il governo crolla su altro?”, si leggono commenti rabbiosi su X e Facebook. Il fronte del No, invece, si gonfia di rabbia anti-élite: “Basta giudici che fanno politica”, ma anche “Basta Meloni che vuole i giudici al guinzaglio”.

Il governo trema perché questo referendum non è più solo sulla giustizia: è sul consenso perduto, sulla capacità di mobilitare la propria base quando conta davvero. Meloni ha capito che senza un colpo d’ala – magari un appello diretto, magari un cambio di toni – il rischio bocciatura diventa concreto. E se il No passa, anche di misura, sarà un’umiliazione storica per una premier che ha fatto della riforma della giustizia uno dei pilastri del suo mandato. Nordio in primis sa che la sua eredità politica è appesa a un filo.

La domanda che ronza nelle stanze del potere è una sola: riuscirà Meloni a trasformare la paura in mobilitazione, o il referendum sulla giustizia diventerà la prima vera crepa insanabile del suo governo?

Wendell Stewart

Wendell Stewart

Wendell Stewart is an international writer covering politics, music, literature, finance, sports, film, and global current affairs, known for clear, well-researched, and engaging reporting.

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