Alcaraz, il re torna e soffre: ma è davvero invincibile o il fisico già urla stop?

DOHA – Carlos Alcaraz è tornato in campo e ha vinto, come al solito, ma non senza far tremare il cuore a mezzo mondo. Il numero 1 del pianeta, fresco di Career Grand Slam completato all’Australian Open con quella storica rimonta su Djokovic, ha dovuto sudare sette camicie contro Valentin Royer negli ottavi del Qatar ExxonMobil Open. Primo set dominato 6-2, secondo parziale da incubo: sotto 2-5, break perso, Royer che annusa il colpo grosso. Poi la magia: Carlitos rimonta, vince cinque game di fila, chiude 7-5 e si qualifica ai quarti. Nona vittoria consecutiva nel 2026, striscia aperta da Melbourne, ma soprattutto 55esimo quarto di finale in carriera a livello ATP. Numeri da extraterrestre per un ragazzo di 22 anni.
Eppure, sotto la superficie luccicante, c’è qualcosa che stride. Alcaraz non è più il teenager esplosivo che incantava tutti con salti e sorrisi: è il re, il più giovane di sempre a vincere tutti e quattro i Major, e questo peso si sente. Nel secondo set contro Royer ha rischiato di crollare, ha dovuto scavare nel profondo per non mollare. Non è stata solo una rimonta tecnica: è stata una battaglia mentale contro se stesso. Perché quando sei Carlos Alcaraz, non basta vincere: devi vincere dominando, devi far sembrare tutto facile, altrimenti il mondo inizia a bisbigliare. E i bisbigli ci sono già. Sui social italiani e spagnoli fioccano commenti acidi: “Sempre questi drammi nei set, prima o poi scoppia”, “Sinner non soffre così”, “Il fisico reggerà fino a Roland Garros?”. La pressione è asfissiante, e lui lo sa.
La rivalità con Jannik Sinner è il motore di tutto. L’italiano, numero 2, ha superato Popyrin senza patemi, 6-3 7-5, e ora è in rotta di collisione verso una possibile finale qui a Doha. Sarebbe il loro primo scontro diretto del 2026, il capitolo 17 di una saga che ha già scritto pagine epiche. Alcaraz lo ha ammesso apertamente in conferenza: “Quando vedo Jannik nel tabellone mi motiva di più, so che devo alzare il livello per arrivare in finale”. Parole sincere, quasi romantiche, ma che nascondono una verità scomoda: Carlitos rende al massimo quando sente il fiato sul collo dell’avversario. Senza Sinner nei draw, la sua fame sembra calare, come se una parte di lui si rilassasse troppo presto. È bellissimo, sì, ma pericoloso. Perché il tennis non perdona chi vive di rivalità: un infortunio, un calo di forma, e il trono scricchiola.
E il fisico? Dopo la maratona di cinque ore e mezza in semifinale a Melbourne contro Zverev, con quel problema all’adduttore destro che lo ha costretto al timeout medico, Alcaraz ha insistito: “Sto bene, è normale dopo match così”. Ma Doha è solo l’inizio di una stagione infinita. Ha già incassato cifre folli per apparire qui (1,2 milioni di dollari, come Sinner), ha pescato con Medvedev, Rublev e lo stesso Jannik per staccare la spina, eppure il corpo manda segnali. Non infortuni gravi, per ora, ma quella tensione muscolare, quei momenti in cui il piede non risponde come prima. Juan Carlos Ferrero lo sa: il suo pupillo è un vulcano, ma i vulcani si spengono se non gestiti con cura. La domanda che ronza nelle teste di tutti gli addetti ai lavori è una: reggerà la macchina Alcaraz sotto questo carico emotivo e fisico? O il “prossimo grande” sta già pagando il prezzo di essere diventato il più grande troppo in fretta?
Intanto i tifosi si dividono. C’è chi lo venera come il nuovo re (“Ha completato il Career Slam a 22 anni, Djokovic aveva 24!”), chi inizia a stancarsi dell’hype (“Sempre questi comeback drammatici, Sinner vince pulito”). E Alcaraz? Lui continua a sorridere, a dire che vede ancora “debolezze” nel suo gioco, che vuole migliorare. Ma dentro, lo sa: il trono è fragile. Se vince Doha, forse zittisce tutti. Se inciampa, anche solo un po’, le crepe si allargano.
Quanto potrà durare questa favola prima che il fisico o la testa dicano basta?
