Sighel, l’incubo olimpico continua: beffa su beffa nei 500m, la FISG insorge contro i giudici “incoerenti”

Milano, 19 febbraio 2026 – È finita così, con Pietro Sighel che esce furioso dal ghiaccio del Forum, spalle curve e sguardo perso, dopo l’ennesima mazzata in questi Giochi di casa. Nei 500 metri short track, semifinale maledetta: contatto con il canadese Maxime Laoun all’ultimo giro, l’azzurro va giù, finisce a terra mentre gli altri proseguono. Tutti pensano al ripescaggio scontato, perché il fallo sembra evidente, il canadese lo ha trascinato. Invece no. I giudici dicono no, eliminazione totale, niente finale A, niente medaglia possibile, niente riscatto. Sighel si alza, guarda il tabellone, poi sparisce negli spogliatoi senza passare dalla finale B, quella per i piazzamenti. Protesta silenziosa, ma pesantissima.
L’Italia è in fiamme. La FISG, con il presidente Andrea Gios in testa, ha sparato un comunicato al veleno: “Decisioni incoerenti in un quadro grave e preoccupante”. Parole durissime, quasi un’accusa di parzialità sistematica. Perché non è la prima volta. Nei 1500 metri era stato trascinato giù da un avversario in batteria, niente riammissione. Nei 1000 metri, da numero 1 del ranking mondiale, squalificato per un contatto giudicato irregolare mentre tagliava il traguardo da primo. Tre gare individuali, tre eliminazioni premature, tre episodi in cui la giuria ha scelto la linea dura contro di lui. E intanto in staffetta mista aveva portato l’oro con quell’arrivo all’indietro iconico, girato di spalle a sfregio agli avversari, quasi a dire “vi ho battuti lo stesso”.
Ma ora il racconto è cambiato. Da eroe nazionale a vittima di un’Olimpiade stregata. I social ribollono: “Derubato”, “Complotto contro l’Italia”, “Giudici comprati”. Qualcuno va oltre: “Dopo quell’esultanza provocatoria in staffetta, gliel’hanno fatta pagare”. Gossip da bar sport, certo, ma che circola veloce tra i tifosi. Pietro, 26 anni, trentino doc, cresciuto a pane e short track, ha sempre avuto quel mix di grinta e arroganza che divide. Uno che non si nasconde, che parla chiaro – ricordate le frecciate ad Arianna Fontana prima dei Giochi? – e che sul ghiaccio sa essere letale. Ma queste Olimpiadi sembrano accanirsi contro di lui. Ogni volta che accelera, che prova l’interno, che rischia, qualcosa va storto. E non è solo sfortuna: è la pressione di essere il leader, il favorito, l’atleta di casa con il peso di un Paese intero.
Psicologicamente deve essere durissimo. Arrivi da stagione da dominatore, vinci ori in Coppa del Mondo, sei il n.1 nei 1000, sogni l’oro individuale davanti al tuo pubblico, e invece ti ritrovi a guardare le finali dalla tribuna o dagli spogliatoi. La rabbia di ieri sera era palpabile: non ha detto una parola ai microfoni, ma il linguaggio del corpo parlava da solo. La FISG lo difende a spada tratta, lo chiama “tesoro dello short track italiano”, ma intanto la stagione olimpica individuale è finita in un incubo. Resta la staffetta maschile da giocare, forse l’ultima chance di lasciare un segno d’oro puro.
Eppure, proprio in questo buio, emerge il carattere di Sighel. Non molla, non si piange addosso. Ha già dimostrato di saper trasformare la frustrazione in benzina. Ma queste beffe consecutive lasciano il segno: dubiti dei giudici, dubiti del sistema, dubiti persino di te stesso. L’Italia lo abbraccia, lo compatisce, lo arringa. “Pietro, non mollare”. Perché se c’è uno che può rialzarsi da un’Olimpiade così crudele, è proprio lui. Ma a caro prezzo.