Messico in fiamme dopo la morte di El Mencho: il caos che nessuno voleva vedere esplodere così violento

Le strade di Jalisco bruciano, letteralmente. Veicoli in fiamme, blocchi stradali improvvisati, sparatorie che echeggiano tra le colline un tempo silenziose. Il Messico è piombato in un incubo collettivo dopo l’uccisione di Nemesio Oseguera Cervantes, “El Mencho”, il capo indiscusso del Cartello Jalisco Nueva Generación. Non è stata una vittoria pulita: è stata una scintilla che ha acceso una guerra lampo, con civili terrorizzati che corrono a casa, aeroporti nel panico come Guadalajara sotto attacco, e un governatore che implora la gente di non uscire. Codice rosso ovunque. E mentre l’esercito celebra il colpo, la domanda che aleggia pesante è una sola: ma davvero pensavano che finisse qui?
El Mencho non era un narcos qualunque. Era il re del terrore moderno: fentanyl che inonda gli Stati Uniti, estorsioni capillari, decapitazioni trasmesse in live, alleanze con gruppi armati che sfidano persino l’esercito. Una taglia da milioni di dollari sulla sua testa, intelligence americana che ha probabilmente guidato il blitz a Talpa de Allende o Tapalpa, quel territorio che era il suo regno privato. L’operazione è andata storta fin da subito: fuoco incrociato, quattro uomini del cartello morti sul posto, altri tre feriti gravi che muoiono in volo verso Città del Messico. Tra loro, il boss. Ma la rappresaglia è stata immediata, brutale, quasi coreografata. Convogli incendiati, scontri a fuoco in Michoacán e Jalisco, saccheggi, almeno 26 morti confermati tra agenti, guardie e civili innocenti – inclusa una donna incinta al terzo mese. Il terrore non ha risparmiato nessuno.
Claudia Sheinbaum, la presidente che da un anno e mezzo sta provando a cambiare rotta rispetto all’era “abbracci non pallottole” di López Obrador, si trova ora davanti a un bivio crudele. Le sue operazioni mirate, gli arresti record, i sequestri di droga e armi (molte provenienti dagli USA, come denuncia da mesi) stavano dando frutti: omicidi in calo, laboratori smantellati. Ma la morte di un gigante come El Mencho ha dimostrato quanto fragile sia l’equilibrio. I cartelli non sono solo bande: sono sistemi economici, sociali, quasi statali in certe zone. Eliminare il capo non decapita l’idra; la fa sanguinare e infuriare. E mentre Washington si congratula per l’intelligence condivisa, in molti si chiedono: quanto ha pesato la pressione di Trump, con le sue minacce sul confine e il fentanyl? È stata una vittoria messicana o un regalo forzato agli americani?
Sui social italiani e internazionali il sentimento è un misto di orrore e fascinazione morbosa. “Il Messico è diventato una zona di guerra aperta”, scrive un utente su Facebook, condividendo video di incendi che sembrano usciti da un film apocalittico. “Sheinbaum sta facendo più di Obrador, ma a che prezzo? Altri morti innocenti”, commenta un altro. C’è chi teme per i turisti italiani bloccati, chi ricorda le Farnesina che aggiorna l’allerta: “Evitare spostamenti non essenziali” in Jalisco, Colima, Guanajuato, Michoacán. E poi le teorie: “I narcos si divideranno in fazioni più piccole e feroci”, “Il vuoto di potere scatenerà una guerra tra successori”, “È solo propaganda per far credere che lo Stato stia vincendo”. La paura è palpabile: un paese che sembra scivolare sempre più verso l’abisso, dove ogni blitz rischia di costare decine di vite civili.
Eppure, in mezzo al fumo e al sangue, emerge una tensione psicologica profonda. El Mencho rappresentava il male assoluto per molti messicani stanchi di vivere sotto scorta invisibile. La sua eliminazione porta sollievo, ma anche terrore: se il mostro più grande cade e il caos aumenta, chi proteggerà davvero la gente? Sheinbaum, con il suo pragmatismo da ingegnere, dovrà decidere se raddoppiare le operazioni rischiando escalation o negoziare nell’ombra, come tanti prima di lei. Il Messico non è solo un vicino problematico: è un specchio scomodo per chi guarda dall’Europa o dagli USA, dove la droga arriva lo stesso, le armi partono lo stesso, e la violenza resta lontana solo in apparenza.
Quanto durerà questa tempesta? E soprattutto: il prezzo della “vittoria” contro i narcos vale il sangue che sta costando oggi?
