Bambina malaria: la piccola di Chioggia lotta in terapia intensiva, l’incubo dopo il viaggio in Africa

Una bambina di dodici anni, residente a Chioggia, combatte per la vita nel reparto di terapia intensiva pediatrica dell’ospedale di Padova. La diagnosi è malaria grave, contratta durante un recente viaggio in Africa con la famiglia. La piccola è arrivata all’ospedale della Navicella venerdì pomeriggio, dopo giorni di febbre altissima che non accennava a scendere, sintomi che inizialmente potevano sembrare una banale influenza post-vacanza. Ma i medici, allarmati dal quadro clinico che peggiorava rapidamente, hanno deciso il trasferimento d’urgenza a Padova, centro di riferimento per le malattie infettive pediatriche nel Veneto.
La notizia, diffusa ieri da Ansa e rilanciata in poche ore da tutti i media locali e nazionali, ha scosso il Veneto e oltre. Perché la malaria, in Italia, resta un evento raro, quasi esotico, eppure capace di colpire con violenza inaudita chi non è preparato. La bimba, rientrata da poco dal continente africano, ha sviluppato una forma severa – probabilmente da Plasmodium falciparum, la più aggressiva – che ha richiesto cure intensive immediate. I medici stanno somministrando la terapia standard con artemisinina e altri antimalarici, ma il decorso resta complicato: febbre persistente, possibile coinvolgimento multiorgano, l’angoscia costante di un peggioramento improvviso che i familiari vivono ora per ora.
I genitori, devastati, sono al capezzale della figlia. Si parla di un viaggio organizzato, forse in una zona endemica non sufficientemente protetta, con zanzariere, repellenti e profilassi che – a quanto trapela – potrebbero non essere stati seguiti alla lettera o non aver funzionato del tutto. Qui si insinua il primo velo di inquietudine: quante famiglie italiane, spinte dal desiderio di avventure lontane, sottovalutano ancora i rischi? La malaria non è un ricordo del passato coloniale: nel 2025 l’OMS ha registrato oltre 247 milioni di casi globali, con l’Africa che pesa per il 95%, e i bambini restano le vittime più fragili. In Italia i casi importati sono una decina all’anno, ma quando colpiscono un minore sano, l’impatto emotivo è devastante.
Il caso ha riacceso il dibattito sulla prevenzione dei viaggi. Medici infettivologi e pediatri insistono: la profilassi farmacologica (come Malarone o Lariam) va iniziata prima della partenza, proseguita durante e dopo, e integrata con repellenti DEET e zanzariere impregnate. Eppure, nei forum di viaggiatori e nei gruppi Facebook di expat, non mancano commenti amari: “La gente pensa ‘tanto siamo vaccinati per tutto’ e poi succede questo”. C’è chi accusa le agenzie turistiche di minimizzare i rischi per non scoraggiare le prenotazioni, chi ricorda che in alcune destinazioni africane la resistenza ai farmaci sta crescendo, rendendo la protezione meno efficace.
Sul fronte ospedaliero, il trasferimento rapido da Chioggia a Padova è stato lodato come esempio di rete efficiente, ma solleva anche domande scomode: quanto tempo è passato tra i primi sintomi e la diagnosi corretta? In un sistema sanitario già sotto pressione, un ritardo – anche di poche ore – può fare la differenza tra una forma gestibile e una cerebrale letale. I medici di Padova lavorano senza sosta, monitorando parametri vitali, emocromo, funzionalità renale e cerebrale. La prognosi resta riservata, ma la comunità chioggiotta si stringe intorno alla famiglia: raccolte fondi online sono già partite, messaggi di incoraggiamento invadono i social, con hashtag che mescolano speranza e paura.
Questa storia tocca corde profonde: la vulnerabilità di un’adolescente che dovrebbe pensare alla scuola e agli amici, invece lotta contro un parassita invisibile; il senso di impotenza dei genitori che hanno voluto regalare al proprio figlio un’esperienza del mondo, finendo per esporlo a un pericolo mortale; la frustrazione di una società che ha debellato la malaria in Europa ma non riesce ancora a proteggerci quando usciamo dai confini. Mentre la piccola combatte, l’Italia si interroga: quante altre famiglie stanno pianificando viaggi simili senza le giuste precauzioni? E quanto siamo davvero pronti, come Paese, a gestire emergenze importate che colpiscono i più innocenti?
La battaglia della bambina di Chioggia non è solo medica: è un monito silenzioso su quanto la globalizzazione renda vicini i pericoli lontani, e su quanto l’informazione e la prevenzione possano ancora salvare vite.
