Tumore del pancreas: l’Aifa approva la “bomba” che dimezza il rischio di morte, ma solo per 1 su 14 malati. E l’Italia trema

tumore del pancreas

Milano, 26 febbraio 2026. Immaginate di svegliarvi con un mal di schiena banale, di pensare a un semplice stress, e di scoprire dopo pochi esami che dentro di voi un tumore aggressivo sta già divorando tutto. Pochi mesi. A volte settimane. È la sentenza che migliaia di famiglie italiane sentono ogni anno. Ma oggi, per una piccola fetta di quei malati, qualcosa è cambiato. L’Aifa ha appena dato il via libera alla rimborsabilità di olaparib, il farmaco target che per i pazienti con mutazione BRCA1/2 riduce del 47% il rischio che la malattia progredisca. Un annuncio arrivato tre giorni fa che sta infiammando i social, le chat di famiglia e le sale d’attesa degli oncologi. Speranza vera o ennesima illusione per chi resta fuori?

Nel 2024 in Italia sono stati diagnosticati 13.585 nuovi casi di tumore del pancreas. Solo il 20% viene scoperto quando è ancora operabile. Per tutti gli altri, la chemio è stata per decenni l’unica arma: tossica, pesante, spesso inutile contro un tumore che si nasconde fino all’ultimo e che ha un microambiente tumorale capace di respingere persino l’immunoterapia. La sopravvivenza a cinque anni resta inchiodata intorno al 12%. Un numero che fa male, perché significa che su 100 persone diagnosticate, 88 non ce la fanno.

Ma per quel 7% che porta la mutazione BRCA – la stessa di Angelina Jolie, quella che spinge a scelte preventive drastiche – oggi si apre una porta. Lo studio POLO (fase III) ha dimostrato che dopo 16 settimane di chemio a base di platino senza progressione, olaparib porta la sopravvivenza libera da progressione a 7,4 mesi contro 3,8 del placebo. La sopravvivenza a tre anni sale al 33,9% contro il 17,8%. E uno studio italiano real-world su 114 pazienti, pubblicato su Cancer Medicine, conferma: rischio di morte ridotto del 43%. Michele Reni, direttore dell’Oncologia al San Raffaele di Milano e tra i massimi esperti mondiali, non usa giri di parole: «È la prima volta che un trattamento di mantenimento funziona in questa malattia. Ora è fondamentale che il test BRCA venga fatto a tutti al momento della diagnosi, perché condiziona non solo la terapia del paziente, ma anche la prevenzione per i familiari».

Ecco il punto che fa rabbia e speranza insieme. Per anni l’Aifa aveva detto no a olaparib. Cinque anni fa la richiesta era stata respinta: beneficio “non significativo”, tossicità troppo alta. Poi sono arrivati i dati italiani dal mondo reale e tutto è cambiato. Un caso emblematico di come la ricerca “fatta in casa” possa spostare gli equilibri. E mentre il mondo celebra (o si illude) lo studio spagnolo del CNIO di Mariano Barbacid – quella tripla combinazione anti-KRAS/EGFR/STAT3 che ha fatto scomparire il tumore nei topi senza recidive – gli oncologi italiani smorzano gli entusiasmi: «È un ottimo lavoro preclinico, ma dal topo all’uomo la strada è lunga e piena di insidie. Parlare di “cura” è fuorviante e crudele per chi sta combattendo davvero».

Perché il tumore del pancreas non perdona chi arriva tardi. I sintomi? Dolore alla schiena, digestione lenta, perdita di peso. Cose che tutti ignorano. E quando arriva la diagnosi, spesso è già metastatico. Le famiglie si sfasciano in silenzio: padri che non vedranno i figli diplomarsi, madri che lasciano orfani adolescenti, coppie distrutte in pochi mesi. Sui social in queste ore si alternano commenti di sollievo («Finalmente per mia sorella c’è una chance») e di frustrazione («E noi senza mutazione BRCA? Continuiamo a morire?»). Qualcuno posta la foto di un caro scomparso con la didascalia “se ci fosse stato prima questo farmaco…”.

Ma l’Italia non si ferma all’olaparib. Proprio in questi giorni i risultati dello studio CASSANDRA, trial indipendente coordinato sempre dal San Raffaele (con il Sant’Orsola di Bologna) e finanziato dalle associazioni pazienti, stanno per cambiare le linee guida internazionali. Il regime PAXG (sviluppato 12 anni fa proprio dal team di Reni) batte il vecchio standard mFOLFIRINOX nella terapia neoadiuvante: sopravvivenza libera da eventi a 16 mesi contro meno di 10. Più pazienti arrivano operabili. Più chance di guarigione vera.

È un progresso lento, misurato in mesi strappati alla morte, ma è reale. E arriva in un momento in cui i numeri dei sopravvissuti stanno salendo: +10% di pazienti vivi dopo la diagnosi rispetto al 2021. Segno che qualcosa si sta muovendo.

Eppure la domanda che resta sospesa nell’aria è amara: perché dobbiamo sempre arrivare dopo? Perché non esiste ancora uno screening per la popolazione generale? Perché il test genetico BRCA non è automatico per tutti? E soprattutto: quanto tempo dovrà passare prima che queste piccole vittorie diventino la norma per tutti, e non solo per quel 7% fortunato?

Il tumore del pancreas continua a essere il killer silenzioso che nessuno nomina volentieri a tavola. Ma oggi, per la prima volta da tanto tempo, un gruppo di malati italiani ha un’arma in più da impugnare. Per gli altri, la lotta continua. E la ricerca – quella italiana in primis – non si ferma.

Quanto siete disposti a pretendere che la scienza corra più veloce della morte?

Wendell Stewart

Wendell Stewart

Wendell Stewart is an international writer covering politics, music, literature, finance, sports, film, and global current affairs, known for clear, well-researched, and engaging reporting.

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