Rino Marchesi, addio al gentiluomo del calcio: il primo allenatore di Maradona e l’eredità che torna a far discutere

Il calcio italiano piange oggi la scomparsa di Rino Marchesi, un uomo che ha incarnato l’essenza di un’epoca lontana, fatta di sigari in panchina, tattiche rigorose e un’eleganza che oggi sembra svanita. Morto all’età di 88 anni, proprio alla vigilia di un marzo che segna il calendario del football nostrano con un velo di malinconia, Marchesi lascia un vuoto che riecheggia nei corridoi dei grandi club. Nato a San Giuliano Milanese nel 1937, ma fiorentino d’adozione, ha attraversato il pallone come giocatore e allenatore, sempre con quel fare discreto ma autorevole che lo rendeva un punto di riferimento.
La notizia della sua morte, arrivata come un fulmine in una domenica di campionato, ha scatenato un’onda di commozione sui social e nelle redazioni sportive. Ex allenatore di Napoli, Inter e Juventus, Marchesi è stato il primo a guidare Diego Armando Maradona in Italia, nel 1984-85, quando il Pibe de Oro approdò al San Paolo tra speranze e tensioni. Fu lui a gestire quel talento esplosivo in una squadra che lottava per emergere, tra infortuni e polemiche interne che oggi riemergono nei ricordi dei tifosi. “Un gentiluomo della panchina”, lo definiscono in molti, ricordando come seppe navigare le acque agitate del calcio anni ’80, tra presidenti vulcanici come Corrado Ferlaino e spogliatoi carichi di ego. A Napoli, dove tornò dopo un breve intermezzo all’Inter, Marchesi impostò una difesa solida che preparò il terreno per i successi futuri, anche se il suo addio non fu privo di ombre: si parlò di frizioni con la dirigenza, di scelte tattiche che dividevano la piazza, e di un Maradona ancora da domare.
Ma il suo lascito va oltre il Vesuvio. A Torino, sulla panchina della Juventus dal 1986 al 1988, fu testimone e guida dell’ultima stagione di Michel Platini, il fuoriclasse francese che concluse la carriera sotto la sua ala. In quei due anni, Marchesi ereditò una Vecchia Signora in transizione post-Trapattoni, affrontando una Serie A feroce con Milan e Inter in ascesa. Non vinse trofei, ma impose un gioco ordinato che oggi, in era di pressing alto e tatticismi estremi, appare quasi romantico. I bianconeri lo ricordano con affetto: “Una figura storica del calcio italiano”, ha twittato il club, unendosi al cordoglio di Napoli e Inter. Proprio i nerazzurri, che lo ebbero nel 1982-83, ne esaltano la capacità di ricostruire una squadra rinnovata, con innesti come Altobelli e Bergomi, in un’annata che sfiorò lo scudetto ma inciampò in infortuni e controversie arbitrali. Marchesi, con il suo sigaro perenne, simboleggiava un calcio meno mediatico, dove le parole pesavano e le strategie si disegnavano a mano.
I fan, sui social, rivivono aneddoti dimenticati: da quel Napoli-Inter del 1985, carico di tensione per il ritorno di Marchesi da ex, alle discussioni su come gestì il dualismo tra Maradona e i veterani azzurri. “Era un allenatore che parlava poco ma capiva tutto”, scrive un utente su X, evocando un’era in cui il calcio era passione pura, non business. Oggi, con allenatori come Conte o Mourinho che dominano le cronache per le loro esplosioni, Marchesi appare come un contraltare: pacato, ma non per questo meno incisivo. La sua carriera da giocatore – con Atalanta, Fiorentina (dove vinse due Coppe Italia e una Coppa delle Coppe) e Lazio – lo rese un tattico nato, capace di passare dalla mediana alla difesa con naturalezza. Eppure, è come mister che lasciò il segno, guidando anche Como, Avellino, Udinese, Venezia e Lecce, spesso in contesti di lotta per la salvezza, dove la sua leadership emergeva nei momenti bui.
Le reazioni non si fermano ai club: da Aurelio De Laurentiis, che ha espresso cordoglio per “un’icona del calcio e un allenatore esemplare”, a ex giocatori come Salvatore Bagni, che lo ricordano come un padre severo ma giusto. In un momento in cui il calcio italiano riflette sulle sue radici – tra crisi societarie e dibattiti su stadi vuoti – la morte di Marchesi riapre ferite nostalgiche. Fu lui a lanciare giovani talenti, a gestire divi come Platini senza clamore, a navigare polemiche come quella sul doping negli anni ’80 o le accuse di favoritismi arbitrali. Oggi, paragonato a tecnici moderni, il suo stile difensivista divide: genio sottovalutato o relitto di un passato? Il dibattito è aperto, e la sua scomparsa lo ravviva, ricordandoci che il vero erede di Marchesi potrebbe non esistere più in un calcio dominato da algoritmi e sponsor.
Mentre il pallone rotola avanti, Rino Marchesi se ne va portando con sé un pezzo di storia. Un addio che non è solo lutto, ma un invito a riflettere su cosa sia rimasto di quel football autentico, tra sigari spenti e leggende immortali. Il suo ricordo, in questo marzo piovoso, scalda i cuori di chi lo ha visto all’opera, lasciando una domanda sospesa: chi, oggi, saprebbe allenare un Maradona con la stessa quieta fermezza?