Robin Gunningham è Banksy? L’indagine Reuters riaccende il mistero dell’artista anonimo

Roma, 14 marzo 2026 – In un’epoca in cui l’anonimato sembra un lusso sempre più raro, il nome Robin Gunningham è tornato a rimbalzare ovunque: sui social, nei forum d’arte, nelle chat tra appassionati e persino nei titoli dei grandi media internazionali. Perché proprio ora? A scatenare l’ennesima ondata di curiosità è stata un’inchiesta approfondita pubblicata da Reuters, che dopo mesi di ricerche sul campo – tra testimonianze dirette, documenti giudiziari e tracce sparse in tre continenti – ha concluso che dietro il velo di Banksy si nasconde proprio lui: Robin Gunningham, nato a Bristol nel 1973, ex studente di una scuola privata, poi diventato (secondo l’agenzia) David Jones.
L’articolo di Reuters, intitolato “In search of Banksy”, non lascia molto spazio ai dubbi: parla di “identità oltre ogni ragionevole contestazione”. I giornalisti hanno ricostruito un episodio del 2000 a New York, dove un uomo arrestato per un’infrazione minore – disordini pubblici legati a graffiti – ha firmato una confessione manoscritta con il nome Robin Gunningham. Lo stesso nome compare ripetutamente nei documenti della polizia e del tribunale. A questo si aggiungono le testimonianze raccolte in Ucraina, dove Banksy ha lasciato murales nel 2022 in piena guerra: i residenti di Horenka, messi di fronte a un riconoscimento fotografico, avrebbero indicato proprio Gunningham tra le opzioni proposte (insieme a Robert Del Naja dei Massive Attack e Thierry Guetta).
Il dibattito sull’identità di Banksy non è nuovo. Risale almeno al 2008, quando il Daily Mail pubblicò un’inchiesta di un anno definendolo “un ex ragazzo di scuola privata cresciuto in periferia borghese”. Foto di un uomo a Jamaica nel 2004, amici e compagni di scuola che lo riconoscevano, il passaggio da Robin Banks (un gioco di parole evidente) a Banksy: tutto puntava verso Gunningham. Nel 2016 uno studio scientifico della Queen Mary University di Londra, basato sul geographic profiling (tecnica usata per tracciare criminali seriali), aveva confermato che i movimenti di Banksy coincidevano con quelli noti di Gunningham. E nel 2023 una vecchia intervista BBC riemersa mostrava l’artista rispondere “It’s Robbie” alla domanda se si chiamasse Robert Banks.
Eppure, per anni, tutto è rimasto nel limbo. Banksy ha sempre smentito o ignorato, e il suo silenzio ha alimentato il mito. L’anonimato non è solo una protezione legale: è il cuore del suo messaggio. Un artista che critica il consumismo, il potere, la guerra, il mercato dell’arte, ma che allo stesso tempo vende stampe per milioni e ha creato un brand globale. Rivelarne il volto significherebbe forse smontare l’incantesimo.
Ora, però, l’inchiesta Reuters ha dato nuova benzina al fuoco. Sui social italiani e internazionali esplode la discussione: c’è chi esulta (“finalmente la verità!”), chi è scettico (“Reuters ha esagerato, è solo un’altra teoria”), chi teme le conseguenze. Critici d’arte come quelli intervistati da Il Sole 24 Ore sottolineano che se Gunningham è davvero Banksy, il valore delle opere potrebbe subire un contraccolpo: il mistero è parte del prezzo. In un’intervista recente, un gallerista anonimo ha commentato: “Banksy vale perché nessuno sa chi è. Se diventa ‘solo’ Robin Gunningham, il mercato potrebbe raffreddarsi”.
I fan più accaniti, invece, difendono l’idea che l’identità non conti: “Conta il messaggio, non la faccia”, scrivono su Reddit e Instagram. Altri ironizzano: “Se è un papà di Bristol di 52 anni, allora il ribelle era solo una posa”. E c’è chi nota che Gunningham stesso non ha mai confermato né smentito direttamente, mantenendo un profilo bassissimo.
Le implicazioni vanno oltre il gossip. Nel mondo della street art, dove l’anonimato è spesso una forma di resistenza, smascherare Banksy potrebbe incoraggiare imitatori o spingere le autorità a indagini più aggressive su opere non autorizzate. Sul piano economico, il mercato delle aste (dove un’opera di Banksy può superare i 10 milioni) si interroga: l’autenticità certificata da Pest Control, la società dell’artista, rimarrà intoccabile? E se il nome reale emergesse in un tribunale, come ipotizzato in alcune cause pendenti?
Per ora, Banksy tace. Il suo account Instagram continua a postare senza commenti sull’inchiesta. Forse è proprio questa la mossa vincente: lasciare che il mondo parli, speculi, si divida. Perché, in fondo, il vero capolavoro di Banksy non è un murale, ma il mistero stesso che lo avvolge. E Robin Gunningham, chiunque egli sia, continua a vincere senza dire una parola.
