Banksy, l’identità svelata? Reuters identifica Robin Gunningham come l’uomo dietro lo pseudonimo

Roma, 14 marzo 2026 – Un’inchiesta approfondita pubblicata da Reuters ha portato alla luce nuovi elementi sull’identità di Banksy, l’artista di strada più famoso e misterioso al mondo. Secondo il reportage intitolato “In search of Banksy”, l’uomo dietro il velo di anonimato è Robin Gunningham, nato a Bristol nel 1973, che avrebbe poi cambiato legalmente nome in David Jones intorno al 2008 per rafforzare la protezione della sua privacy.
I giornalisti di Reuters – Simon Gardner, James Pearson e Blake Morrison – hanno ricostruito il percorso attraverso documenti giudiziari, testimonianze dirette e tracce sparse in tre continenti. Un elemento centrale è un episodio del 2000 a New York: durante la Fashion Week, un graffitaro arrestato per disordini pubblici firmò una confessione manoscritta con il nome Robin Gunningham. Lo stesso nome compare in vari documenti di polizia e tribunale legati a un billboard vandalizzato, le cui foto coincidono con quelle scattate dall’ex manager di Banksy, Steve Lazarides.
L’indagine si è concentrata anche sui murales realizzati in Ucraina nel 2022, in piena invasione russa. Banksy confermò su Instagram la paternità delle opere lasciate a Borodyanka e Horenka, tra cui un uomo che si lava la schiena in una vasca su un edificio distrutto. I reporter Reuters si recarono a Horenka e mostrarono ai residenti un riconoscimento fotografico: tra le immagini proposte – Thierry Guetta, Robert Del Naja dei Massive Attack e Robin Gunningham – gli abitanti indicarono proprio quest’ultimo.
Reuters collega inoltre Gunningham a Robert Del Naja (3D dei Massive Attack), ipotizzando collaborazioni artistiche passate, basandosi su coincidenze di date e luoghi. L’avvocato di Banksy, Mark Stephens, ha dichiarato che il suo cliente non accetta molti dettagli dell’inchiesta come corretti, ma non ha fornito ulteriori smentite.
Il dibattito sull’identità Banksy non è nuovo. Già nel 2008 il Daily Mail, dopo un anno di indagini, indicò Gunningham come l’artista, citando foto di Jamaica del 2004, amici e compagni di scuola. Nel 2016 uno studio della Queen Mary University di Londra, basato sul geographic profiling, rafforzò la teoria collegando i movimenti di Banksy a quelli noti di Gunningham. Eppure l’artista ha sempre trasformato ogni tentativo di identificazione in parte del suo mito: l’anonimato protegge da denunce per vandalismo e alimenta il messaggio anti-sistema.
L’inchiesta Reuters evidenzia anche il lato economico: attraverso Pest Control (la società di autenticazione) e una rete di aziende britanniche, Banksy ha creato un impero opaco con vendite private per collezionisti VIP, aste secondarie per quasi 250 milioni di dollari dal 2015 e mostre segrete. L’anonimato non è solo una posa: è un brand che genera valore.
Nel mondo dell’arte le reazioni sono contrastanti. Critici e galleristi temono che un nome reale possa raffreddare il mercato, dove il mistero contribuisce al prezzo delle opere. I fan più fedeli insistono che conta il messaggio – critica al consumismo, alla guerra, al potere – non la faccia. Su social e forum si alternano commenti ironici (“un papà di Bristol con mutuo?”) e difese accorate (“l’arte vive di anonimato”).
Banksy, per ora, non commenta. Il suo profilo Instagram continua a pubblicare senza riferimenti all’inchiesta. Forse è questa la vera forza: lasciare che il mondo parli, si divida, speculi. Perché il mistero, più di qualsiasi murale, resta il suo capolavoro più duraturo.
