El Niño in arrivo nel 2026: le previsioni NOAA accendono l’allarme su temperature record e maltempo estremo

Il termine El Niño è tornato a dominare le ricerche in Italia e in Europa: l’ultimo aggiornamento del Climate Prediction Center della NOAA, diffuso il 12 marzo 2026, ha spostato le probabilità in modo netto. Attualmente siamo ancora in una fase debole di La Niña, ma il passaggio a condizioni ENSO-neutral è atteso entro aprile (con il 60% di probabilità tra febbraio e aprile), e da giugno-agosto si apre la strada a un episodio di El Niño con il 62% di chance, destinato a persistere almeno fino a fine anno. Alcuni modelli, come quelli ECMWF, indicano addirittura un 80% di probabilità per un El Niño moderato e un 22-33% per un evento “forte” o “super” entro l’autunno-inverno.
Il boom di interesse nasce proprio da qui: dopo un biennio influenzato da La Niña (che ha contribuito a siccità in alcune aree e a inverni secchi nel Sud degli USA), il ritorno del riscaldamento del Pacifico equatoriale orientale rischia di spingere le temperature globali verso nuovi picchi, in un contesto già segnato dal riscaldamento antropogenico. Gli esperti parlano di un possibile “boost” termico per il 2026 e soprattutto per il 2027, con il rischio concreto di superare i record del 2024.
El Niño è un fenomeno naturale che si verifica ogni 2-7 anni: le acque superficiali del Pacifico centrale-orientale si riscaldano oltre la media (+0,5 °C per tre mesi consecutivi nel Niño 3.4), indebolendo i venti alisei e alterando la circolazione atmosferica globale. Il risultato è un “riarrangiamento” dei pattern meteo: siccità e incendi in Indonesia, Australia e parti dell’America meridionale; piogge torrenziali e inondazioni in Perù, Ecuador, California meridionale e Corno d’Africa; temperature più miti in alcune zone invernali, ma anche ondate di calore amplificate altrove.
Globalmente, El Niño agisce da “amplificatore” del cambiamento climatico: rilascia calore immagazzinato negli oceani, contribuendo a rendere gli anni di El Niño tra i più caldi mai registrati. L’episodio 2023-2024 è stato uno dei più intensi, e ha spinto il pianeta oltre la soglia di +1,5 °C per periodi prolungati. Se il 2026/2027 dovesse raggiungere intensità simile o superiore (con anomalie Niño 3.4 ≥ +1,5 °C), gli effetti estremi – ondate di calore, siccità prolungate, alluvioni lampo – potrebbero intensificarsi, con impatti su agricoltura, risorse idriche e salute pubblica.
In Europa e in Italia l’influenza è più indiretta rispetto ai tropici, ma non trascurabile. Durante El Niño, la circolazione atlantica può modificarsi: spesso si osserva un inverno più mite e umido nel Nord Europa, con possibili irruzioni fredde al Sud; in estate, il rischio di ondate di calore mediterranee aumenta, soprattutto se combinato con l’alta pressione subtropicale rinforzata. In Italia, le proiezioni stagionali indicano per la primavera 2026 condizioni più miti e umide in Europa occidentale, ma per l’estate e l’autunno il ritorno di El Niño potrebbe favorire temperature sopra media, siccità localizzate al Sud e rischio di eventi estremi (grandinate violente, nubifragi). Non si tratta di un effetto diretto – l’Europa non è la zona più sensibile – ma di una teleconnessione che amplifica le anomalie già presenti per il riscaldamento globale.
La comunità scientifica reagisce con cautela ma preoccupazione: la NOAA ha emesso un “El Niño Watch”, e modelli come quelli del Severe Weather Europe parlano di un possibile “Super El Niño” entro fine 2026, con picco nell’inverno 2026-2027. Su social e forum meteo italiani si moltiplicano discussioni su “estate rovente” o “inverno anomalo”, mentre esperti come quelli di Copernicus e OMM sottolineano che il trend di fondo del riscaldamento antropogenico rende ogni El Niño più pericoloso. Non è solo meteo: è un campanello d’allarme su quanto il clima stia diventando instabile.
El Niño resta uno dei fenomeni più monitorati al mondo perché collega oceani, atmosfera e società in modo visibile e drammatico. Il suo possibile ritorno nel 2026 non è una certezza assoluta – le previsioni primaverili hanno margini di errore – ma le probabilità crescenti e i segnali oceanici (riscaldamento subsuperficiale rapido) impongono attenzione. Per l’Italia e l’Europa significa prepararsi a estremi che non sono più eccezionali, ma parte di un nuovo normale. Monitorare i prossimi aggiornamenti NOAA e ECMWF sarà fondamentale: il Pacifico sta cambiando rotta, e il pianeta con lui.