Isola di Kharg sotto attacco USA: Trump annuncia raid su basi militari, il petrolio iraniano trema

L’isola di Kharg è improvvisamente al centro dell’attenzione globale e delle ricerche in Italia: nella notte tra il 13 e il 14 marzo 2026, gli Stati Uniti hanno condotto un massiccio raid aereo su obiettivi militari dell’isola, descritto dal presidente Donald Trump come «uno dei bombardamenti più potenti della storia del Medio Oriente». Trump ha dichiarato su Truth Social che ogni target militare è stato «totalmente obliterato», ma ha precisato che le infrastrutture petrolifere – il vero cuore economico di Teheran – sono state volutamente risparmiate «per motivi di decenza». La minaccia è chiara: se l’Iran continuerà a interferire con il traffico nello Stretto di Hormuz, l’export di petrolio da Kharg potrebbe diventare il prossimo obiettivo.
L’episodio arriva al quindicesimo giorno di guerra tra USA-Israele e Iran, un conflitto che ha già visto centinaia di strike aerei, chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz e un’impennata del prezzo del greggio superiore al 40%. L’attacco su Kharg segna un’escalation qualitativa: non più solo raffinerie o depositi nella terraferma, ma un colpo diretto al principale hub esportativo iraniano, situato a circa 25-30 km dalla costa sud-occidentale iraniana nel Golfo Persico.
Kharg, un isolotto corallino di appena 20 km² conosciuto fin dall’antichità come scalo per perle e merci, è diventata negli anni ’60-’70 il terminale petrolifero principale dell’Iran. Oggi gestisce circa il 90% delle esportazioni di greggio iraniano: tra 1,5 e 2 milioni di barili al giorno in condizioni normali, con picchi superiori ai 3 milioni nei mesi pre-conflitto. L’isola ospita terminali di carico per supertanker, depositi, una base navale, sistemi di difesa aerea e un aeroporto militare. È considerata il «gioiello della corona» dell’economia iraniana: senza Kharg, le entrate petrolifere di Teheran – già ridotte dalle sanzioni – si fermerebbero quasi del tutto, con effetti devastanti sul bilancio statale e sulla capacità di finanziare le Guardie Rivoluzionarie.
Il raid americano ha colpito basi navali, batterie antiaeree, torri di controllo e hangar per elicotteri, secondo fonti iraniane riportate da Fars: almeno 15 esplosioni udite sull’isola, fumo denso, ma nessuna infrastruttura petrolifera danneggiata. Teheran ha reagito con toni duri: le forze armate hanno avvertito che qualsiasi attacco alle strutture energetiche scatenerebbe ritorsioni contro impianti petroliferi di Paesi «collaborazionisti» con Washington nella regione. Il parlamento iraniano aveva già minacciato «un nuovo livello di rappresaglia».
Il contesto è esplosivo. Nelle settimane precedenti il conflitto, l’Iran aveva accelerato le esportazioni da Kharg per accumulare riserve valutarie. Rapporti di JP Morgan e analisti di mercato avvertono: un blocco o una distruzione parziale dell’isola farebbe crollare l’output iraniano e scatenerebbe un «oil shock» globale, con prezzi che potrebbero superare i 150 dollari al barile in uno scenario di escalation. Trump, che già nel 1988 aveva ventilato l’idea di prendere possesso dell’isola, ha usato l’attacco per ribadire il messaggio: «Il piano iraniano di dominare il Medio Oriente e distruggere Israele è morto».
Esperti militari e analisti di energia sottolineano la delicatezza della mossa: colpire Kharg senza toccare i terminali è un esercizio di calibratura estrema. Da un lato, degradare le difese militari riduce la capacità iraniana di proteggere l’hub; dall’altro, risparmiare l’export evita un’immediata catastrofe economica globale che potrebbe alienare alleati e mercati. Ma la minaccia esplicita di Trump – «se interferite con il passaggio libero nello Stretto di Hormuz, riconsidererò» – tiene il mondo con il fiato sospeso.
Sui social e nei forum italiani l’argomento divide: c’è chi vede nell’attacco un passo verso la paralisi economica dell’Iran e la fine della sua proiezione regionale, chi teme un’escalation incontrollabile con ripercussioni dirette sui prezzi alla pompa e sull’inflazione. Gli esperti di think tank come Chatham House e ITSS ricordano che Kharg non è solo un terminale: è il punto di congiunzione tra l’economia iraniana e il resto del mondo. Colpirlo significherebbe dichiarare guerra totale all’economia di Teheran.
Il destino di Kharg resta in bilico. L’isola simboleggia la vulnerabilità iraniana e al tempo stesso il limite oltre il quale l’Occidente rischia di perdere il controllo del prezzo del petrolio. Con 2.500 marines americani in rotta verso la regione e lo Stretto di Hormuz ancora bloccato, la domanda è una sola: fino a quando Washington terrà la mano ferma sui terminali di Kharg? Il prossimo raid potrebbe decidere non solo il corso della guerra, ma il prezzo che pagheremo tutti alla pompa.
