Joe Kent si dimette: il fedelissimo di Trump lascia per protesta contro la guerra in Iran

Le dimissioni di Joe Kent hanno scosso Washington e stanno facendo il giro del mondo. Il direttore del National Counterterrorism Center, nominato proprio da Donald Trump, ha annunciato ieri le sue dimissioni immediate con una lettera pubblica su X che non lascia spazio a interpretazioni. Kent accusa l’amministrazione di aver avviato una guerra contro l’Iran senza una reale minaccia imminente per gli Stati Uniti, attribuendo la decisione a “pressioni da Israele e dal suo potente lobby americano”.
Il caso è esploso martedì 17 marzo 2026. La guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran è entrata nella terza settimana e le operazioni militari non mostrano segni di conclusione rapida. Kent, ex Green Beret decorato e veterano della CIA, era considerato uno dei più fedeli alleati di Trump nell’intelligence. La sua uscita segna la prima defezione di alto livello dall’amministrazione su questo dossier e mette in luce crepe profonde nel fronte MAGA.
Nella lettera di dimissioni, Kent è stato netto: “Non posso in buona coscienza sostenere la guerra in corso in Iran. L’Iran non rappresentava una minaccia imminente per la nostra nazione, ed è chiaro che abbiamo iniziato questo conflitto per pressioni da Israele e dal suo influente lobby negli Stati Uniti”. Ha aggiunto che la guerra “non porta benefici al popolo americano” e non giustifica “il costo in vite di patrioti americani”. Un passaggio che riecheggia le promesse elettorali di Trump contro le “guerre infinite” in Medio Oriente.
Kent ha un profilo particolare. Veterano delle forze speciali, ha servito in Iraq e Afghanistan, poi è passato alla CIA come ufficiale paramilitare. Dopo il ritiro dalle armi nel 2018, è entrato in politica sostenendo apertamente Trump. Ha corso due volte per il Congresso nello Stato di Washington, senza successo, ma è rimasto nel giro dei fedelissimi. Trump lo ha nominato a febbraio 2025 alla guida del National Counterterrorism Center; il Senato lo ha confermato a luglio con voto quasi interamente di partito (52-44). Anche Tulsi Gabbard, direttrice dell’intelligence nazionale, lo aveva elogiato come persona che “mette il Paese prima di tutto”.
Le reazioni non si sono fatte attendere. Trump ha commentato seccamente: “È una buona cosa che se ne sia andato”, definendolo debole sulla sicurezza. Commentatori vicini alla Casa Bianca come Dan Bongino hanno criticato duramente le sue affermazioni, sostenendo che l’Iran rappresentasse un pericolo reale. Sul fronte opposto, alcuni democratici – che in passato avevano osteggiato la sua nomina per legami con ambienti di estrema destra – hanno ironizzato sul fatto che persino un trumpiano convinto abbia trovato un limite invalicabile.
Sui social e nei talk show la discussione è infuocata. Molti supporter di Trump della prima ora, quelli anti-interventisti, vedono in Kent un simbolo di coerenza: l’uomo che dice no alla guerra quando diventa “inutile”. Altri lo accusano di aver tradito il presidente in un momento delicato. La frattura riflette una divisione più ampia nel movimento MAGA tra chi vuole “America First” isolazionista e chi appoggia una linea dura contro Teheran per ragioni di alleanza con Israele.
Il contesto geopolitico è esplosivo. La guerra, iniziata con raid congiunti Usa-Israele, ha già causato migliaia di vittime e destabilizzato ulteriormente la regione. Kent ha scritto che fino a giugno 2025 Trump condivideva l’idea che le guerre mediorientali fossero una “trappola” per l’America. Il cambio di rotta, secondo lui, è arrivato per “disinformazione deliberata” e pressioni esterne.
Cosa succederà ora? Le dimissioni di Joe Kent potrebbero incoraggiare altri funzionari o esponenti repubblicani a esprimere dubbi pubblicamente. Il Congresso è già sotto pressione per un dibattito sulla guerra, e la Casa Bianca dovrà gestire un’uscita che mina la narrazione ufficiale di “minaccia imminente”. Per Trump è un colpo all’immagine di leader che ascolta i suoi fedelissimi; per l’opinione pubblica americana, un segnale che anche all’interno dell’amministrazione non tutti sono allineati.
La storia è destinata a tenere banco ancora per giorni. In un’America divisa sulla politica estera, un ex insider trumpiano che sceglie di andarsene per principio rischia di diventare il volto di una protesta più ampia. E mentre i missili continuano a cadere in Iran, Washington si interroga su quanto durerà l’unità nel campo del presidente.