Baby gang: l’arresto del trapper riapre la ferita, ma i veri raid dei minorenni continuano a terrorizzare l’Italia

L’arresto di Baby Gang, il trapper Zaccaria Mouhib finito di nuovo in cella ieri a Lecco per armi, rapina e maltrattamenti, ha fatto esplodere di nuovo le ricerche su “baby gang”. Ma dietro il nome del 24enne con milioni di follower c’è un fenomeno molto più ampio e inquietante: gruppi di adolescenti violenti che, da Milano a Torino, da Brescia a Perugia, trasformano piazze e quartieri in zone di guerra. Non sono più solo storie isolate. Sono bande di ragazzini tra i 12 e i 18 anni che agiscono con una freddezza impressionante, forti della certezza che la giustizia minorile li lascerà quasi sempre liberi dopo poche ore.
Negli ultimi mesi il copione si ripete identico in tutta Italia. A dicembre 2025 a Milano, nella Darsena, una baby gang di nove minori – tra cui una dodicenne – ha rapinato e pestato due coetanei in pieno giorno: auricolari, cellulari, giubbotti strappati con violenza. Pochi giorni prima, sempre a Milano, un 15enne è stato derubato e umiliato in corso Buenos Aires da un gruppo misto di italiani e stranieri: “Capacità criminale elevatissima”, ha scritto il gip parlando del maggiorenne del branco. A Brescia la baby gang “069” è stata smantellata dopo mesi di violenze e rapine ai danni di ragazzini e persone fragili. A Torino, a Halloween, un 15enne è stato sequestrato, rasato a zero, picchiato e gettato nel fiume: i suoi aguzzini ridevano mentre lo filmavano.
Non è solo cronaca di grandi città. A Terni due minorenni hanno tenuto sotto scacco per settimane un commerciante cinese, rapinandolo e picchiandolo. A Foligno una baby gang si è divertita a fare parkour sui tetti del castello e a devastare arredi pubblici. A Perugia gli scontri tra baby gang finiscono direttamente sui social, con video di risse dentro i licei. A Firenze il tema è diventato così caldo che il confronto tra residenti e amministrazione a San Jacopino è sfociato in urla: “La sicurezza è un nostro diritto”. Il punto è sempre lo stesso: questi adolescenti violenti agiscono in branco perché sanno che il sistema li protegge più delle loro vittime.
Perché nascono queste baby gang? Non è solo povertà o degrado, come ripetono in coro certi esperti. È qualcosa di più profondo e scomodo da ammettere. Famiglie assenti o complici, genitori che non controllano i figli ma poi vanno in tv a piangere, una scuola che ha rinunciato all’autorità, e soprattutto i social e la trap music che trasformano la violenza in status symbol. Il rapper Baby Gang, con la sua storia di sparatorie, pistole clandestine e guai fin da giovanissimo, è diventato un modello per migliaia di ragazzini che vedono nella criminalità l’unico modo per emergere. La sua musica, ascoltata da milioni, racconta esattamente quel mondo: armi, soldi facili, rispetto ottenuto con la paura. E i minorenni lo emulano alla lettera, con coltelli, spranghe e monopattini trasformati in armi.
Il dibattito è ormai velenoso. Da una parte chi minimizza: “Sono solo ragazzi, non gang organizzate”. Dall’altra chi, come Giorgia Meloni già a gennaio, propone misure concrete: vietare la vendita di coltelli ai minori e sanzioni pesanti ai genitori. La realtà sta nel mezzo ma pende pericolosamente verso l’allarme sociale. Le statistiche del Viminale e delle procure minorili parlano chiaro: i reati commessi da under 18 sono in crescita esponenziale, soprattutto rapine, lesioni e violenze di gruppo. E il problema più grave è la recidiva: molti di questi adolescenti violenti vengono fermati, identificati e rimessi in strada nel giro di poche ore, pronti a colpire di nuovo la sera stessa.
Le comunità pagano un prezzo altissimo. Commercianti terrorizzati che chiudono prima, genitori che non lasciano più i figli uscire da soli, turisti che evitano certe zone di Roma, Milano e Torino. Sui social le reazioni sono un misto di rabbia e impotenza: “Basta con la scusa dell’età, a 14 anni sanno benissimo cosa fanno”, “Questi non sono bambini, sono piccoli criminali”. E mentre la sinistra parla di “inclusione” e “servizi sociali”, la gente per strada ha paura vera. Paura di un 13enne con il coltello che ti chiede il telefono e ti picchia se non glielo dai.
Le autorità locali provano a reagire: più controlli, telecamere, progetti di recupero. Ma senza un cambio radicale della legge minorile – abbassamento della soglia di imputabilità o carcere per i casi più gravi – tutto resta un palliativo. Il rischio concreto è che queste baby gang diventino il vivaio della criminalità adulta di domani: esattamente come è successo al trapper finito di nuovo in manette ieri.
La domanda che resta sospesa è brutale: fino a quando permetteremo che l’Italia sia ostaggio di questi adolescenti violenti? Finché continueremo a trattarli come “ragazzini in difficoltà” invece che come ciò che sono – autori di reati consapevoli – il fenomeno non si fermerà. E il prossimo raid, la prossima vittima, sarà solo questione di tempo.