Delmastro in prima linea sui carceri mentre l’appello sul caso Cospito parte ad aprile: il sottosegretario non molla

Il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro è tornato sotto i riflettori. Lunedì 16 marzo ha fatto visita al carcere di Marino del Tronto ad Ascoli Piceno e, davanti a commissario alla ricostruzione, parlamentari e autorità locali, ha rivendicato con forza una delle misure più controverse introdotte dal governo Meloni: l’istituzione del reato di rivolta in istituto penitenziario. «Sono orgoglioso dell’istituzione del reato di rivolta in istituto penitenziario – ha dichiarato Delmastro – perché deve finire l’epoca in cui qualcuno, pur privato della libertà, crede di ristabilire gerarchie della criminalità e della sopraffazione anche all’interno degli istituti usando spesso violenza a uomini e donne della polizia penitenziaria».
Pochi giorni prima, il 12 marzo, lo stesso Delmastro era intervenuto a Milano a un evento di Fratelli d’Italia per il referendum sulla giustizia, difendendo la riforma delle carriere e sostenendo che «inciderà su casi come Garlasco» perché «quella colleganza estrema tra accusa e chi giudica non ha garantito quella terzietà che ci dovrebbe essere». In quell’occasione aveva liquidato con un laconico «mi lascia indifferente» anche il ritorno in magistratura di Luca Palamara.
Ma è un altro fronte a rendere la situazione esplosiva: proprio il 12 marzo è emersa la notizia che l’appello nel processo per rivelazione di segreto d’ufficio legato al caso Cospito partirà il 22 aprile. La difesa di Delmastro punta tutto sulla “carta Bartolozzi”, ovvero sulle dichiarazioni della capa di gabinetto del ministro Nordio, Giusi Bartolozzi, che secondo i legali sarebbero state «in parte travisate e in parte pretermesse» nella sentenza di primo grado. «Quanto scritto dal tribunale non corrisponde al vero», hanno fatto sapere gli avvocati.
Ricordiamo i fatti. Nel febbraio 2025 il Tribunale di Roma ha condannato Delmastro a otto mesi di reclusione (pena sospesa) e un anno di interdizione dai pubblici uffici per aver passato al deputato di FdI Giovanni Donzelli informazioni riservate sulle condizioni di detenzione dell’anarchico Alfredo Cospito al 41 bis. La Procura aveva chiesto l’assoluzione, ma i giudici hanno ritenuto provata la violazione dell’articolo 326 del codice penale. Delmastro, fin da subito, ha parlato di «sentenza politica» e ha annunciato che non si sarebbe dimesso, invocando il principio di non colpevolezza fino all’ultimo grado di giudizio e confidando in un «giudice a Berlino».
Da allora il sottosegretario non ha mai lasciato la scena. Giorgia Meloni e il ministro Nordio lo hanno sempre blindato, sostenendo che un condannato in primo grado non può essere rimosso d’ufficio. L’opposizione – dal Pd ad Avs – ha invece continuato a chiedere le sue dimissioni immediate, accusando l’esecutivo di tutelare un esponente che ha violato il segreto d’ufficio proprio su un tema delicatissimo come il regime di carcere duro.
Oggi la tensione è tornata altissima. Da una parte Delmastro continua a occuparsi in prima persona di politiche carcerarie, annunciando assunzioni («oltre 15mila unità fra già assunti e in formazione») e misure repressive contro le rivolte. Dall’altra l’appello che si aprirà fra poche settimane rischia di confermare o ribaltare una condanna che pesa come un macigno sul rapporto tra governo e magistratura. L’Associazione Nazionale Magistrati ha più volte definito «sconcertanti» gli attacchi del sottosegretario ai giudici, mentre dentro la maggioranza c’è chi osserva con preoccupazione che un esponente condannato in primo grado continui a firmare atti e a rappresentare il ministero della Giustizia.
Il caso assume contorni ancora più netti se si guarda al contesto più ampio. La riforma dell’ordinamento giudiziario è al centro del referendum e Delmastro ne è uno dei volti più esposti, nonostante il procedimento penale in corso. La visita di lunedì al carcere marchigiano non è stata una semplice passerella istituzionale: è stata l’occasione per ribadire una linea dura sui penitenziari proprio mentre la sua posizione personale resta giuridicamente fragile.
Che cosa accadrà il 22 aprile? La Corte d’Appello di Roma dovrà decidere se confermare la condanna o accogliere le tesi difensive che puntano sul mancato elemento soggettivo del reato e sulle presunte incongruenze della sentenza di primo grado. Nel frattempo Delmastro resta al suo posto, continua a spingere sulle riforme e a gestire i dossier più sensibili del dicastero. Un equilibrio precario che rischia di trasformarsi in un nuovo fronte di scontro istituzionale.
Il governo scommette sulla presunzione di innocenza e sulla solidità politica del sottosegretario. L’opposizione e una parte della magistratura vedono invece un conflitto di interessi ormai insostenibile. Con l’appello alle porte e le dichiarazioni di questi giorni, il caso Delmastro è tornato al centro del dibattito: non solo una vicenda giudiziaria, ma il simbolo di un rapporto tra politica e giustizia che continua a essere più che mai conflittuale.