TIM Poste Italiane: l’assalto da 10,8 miliardi che riporta lo Stato al volante della Telecom (e fa sudare freddo gli azionisti)

tim poste italiane

Ieri sera, 22 marzo 2026, mentre mezza Italia pensava ancora al referendum, Poste Italiane ha sganciato la bomba che nessuno si aspettava: un’Opas totalitaria su TIM da 10,8 miliardi di euro. Cash più azioni proprie, 0,167 euro in contanti e 0,0218 nuove azioni Poste per ogni titolo Telecom. Valore complessivo per azione: 0,635 euro, premio del 9% sul prezzo di venerdì. Obiettivo dichiarato: prendersi tutto, delistare TIM da Piazza Affari entro fine 2026 e creare un super-gruppo con lo Stato sopra il 50% grazie a CDP e MEF.

Matteo Del Fante e il suo Cda non hanno girato intorno: questa non è una semplice acquisizione. È la rivincita dello Stato dopo quasi trent’anni dalla privatizzazione. TIM, che aveva già venduto la rete fissa a KKR e si era trasformata in pura società di servizi sotto Pietro Labriola, finisce di fatto sotto il cappello pubblico. Il nuovo colosso unirà poste, assicurazioni, logistica e telecomunicazioni in un’unica piattaforma digitale. Pagamenti, identità digitale, cloud, fibra e mobile tutto insieme. Sulla carta sembra il sogno di ogni governo: sovranità nazionale sul digitale. Nella realtà è un terremoto che sta già facendo litigare analisti, piccoli azionisti e consumatori.

Perché proprio adesso? Perché Poste, già primo socio di TIM con oltre il 27%, ha deciso che aspettare non conviene più. Vivendi è uscita del tutto, il flottante è ridotto, il momento è perfetto. TIM “prende atto” dell’offerta e oggi riunisce il Cda per studiare la mossa. Ma la sensazione è che il treno sia già partito. Il completamento entro fine 2026, costi una tantum di 700 milioni, utile per azione positivo dal 2027 e dividendo 2026 salvo grazie alle riserve. Numeri che suonano bene nei comunicati, ma che nascondono il vero nodo: chi ci guadagna davvero?

Gli azionisti di TIM incassano un premio decente e possono uscire o restare nel nuovo gruppo. Quelli di Poste vedono diluirsi un po’ il loro pezzo di torta, ma ottengono in cambio una TIM che da sola non ce la faceva più. Il mercato però non è stupido: da anni si parla di un “campione nazionale” e ogni volta saltava fuori un ostacolo. Stavolta l’ostacolo non c’è più. Lo Stato ha deciso. E quando lo Stato decide in Italia, di solito segue una sola regola: controllo totale.

Per noi utenti comuni il discorso è un altro. Immaginate di entrare in un ufficio postale e trovarvi accanto il bancone per attivare la fibra TIM o cambiare piano mobile. Comodo? Forse. Ma anche monopolio puro. Poste già vende servizi di telefonia con Poste Mobile. Ora controllerà tutto: rete, dati, bollette. I più ottimisti parlano di sinergie pazzesche e prezzi più bassi. I più realisti ricordano che quando due giganti pubblici si sposano, spesso nasce un pachiderma lento, burocratico e caro. E i debiti di TIM? Chi li paga davvero?

Il gossip nei corridoi di Roma è feroce. C’è chi sussurra che questa Opas sia stata “telefona” direttamente dal governo per chiudere la partita prima delle elezioni europee. Chi dice che Del Fante ha giocato la mossa della vita per blindare il suo posto. E chi, più cattivo, ricorda che lo Stato che non è riuscito a gestire Alitalia o Ilva ora si riprende la telecom di un Paese intero. Ironia della sorte: dopo aver regalato TIM ai privati nei lontani anni ’90, oggi la ricompriamo a pezzi.

Il punto vero è un altro. Gli italiani non si fidano più delle grandi operazioni “strategiche”. Troppe volte hanno visto annunci pomposi e poi servizi peggiori, prezzi più alti, licenziamenti nascosti. Questa volta però la posta in gioco è altissima: la nostra connessione quotidiana, i pagamenti, i dati personali. Se il nuovo TIM-Poste diventerà un campione efficiente o un carrozzone statale lo scopriremo solo tra un paio d’anni.

Intanto le chat degli investitori bollono. I piccoli azionisti di TIM si chiedono se aderire o rischiare. Quelli di Poste temono la diluizione. E i consumatori? Loro, come sempre, guardano le bollette e sperano che almeno questa volta non paghino loro il conto.

Lo Stato si riprende la Telecom. Bello sulla carta. Ma l’Italia ha già visto troppi “campioni nazionali” finire male. Questa volta sarà diverso? O fra cinque anni ci ritroveremo a maledire l’ennesima fusione che ha solo cambiato nome al monopolio?

Wendell Stewart

Wendell Stewart

Wendell Stewart is an international writer covering politics, music, literature, finance, sports, film, and global current affairs, known for clear, well-researched, and engaging reporting.

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