Fascicolo sanitario elettronico: dal 31 marzo obbligo per tutti i privati, la corsa contro il tempo per la sanità digitale

Roma, 26 marzo 2026 – Mancano pochi giorni al 31 marzo e il fascicolo sanitario elettronico torna prepotentemente sotto i riflettori. È l’ultima fase operativa prima del pieno regime previsto per giugno 2026: da quella data tutte le strutture sanitarie private, dai poliambulatori agli studi odontoiatrici, dai laboratori di analisi alle cliniche in regime di solvenza, dovranno registrarsi alle piattaforme regionali, dotarsi di firma digitale e trasmettere referti, lettere di dimissione e verbali nel formato standard nazionale. Un passaggio decisivo per chiudere il capitolo PNRR sulla sanità digitale, ma che arriva mentre persistono dubbi sull’effettiva uniformità del sistema in tutta Italia.
La Conferenza Stato-Regioni ha dato il via libera definitivo il 18 marzo scorso al decreto che modifica indicatori e target del provvedimento del 2022. Oltre 610 milioni di euro sono stati stanziati e ripartiti tra Regioni e Province autonome proprio per garantire che entro giugno il fascicolo sanitario elettronico diventi lo strumento unico di accesso ai dati clinici per cittadini e professionisti. Non più solo un contenitore regionale, ma un ecosistema nazionale interoperabile, collegato potenzialmente al nuovo portale unico, all’App IO e all’IT-Wallet. I medici di famiglia avranno l’onere di compilare e aggiornare il Patient Summary, il profilo sintetico della storia clinica del paziente, mentre tutte le prestazioni – anche quelle erogate fuori dal SSN – dovranno finire nel fascicolo entro cinque giorni.
Il contesto è quello della grande riforma della sanità digitale lanciata con il PNRR. Dopo anni di rodaggio parziale, il fascicolo sanitario elettronico 2.0 dovrebbe finalmente consentire una cartella clinica digitale omogenea su tutto il territorio, ridurre le duplicazioni di esami, facilitare la telemedicina e migliorare la continuità delle cure. Un obiettivo ambizioso che risponde alla necessità di modernizzare un sistema sanitario ancora troppo frammentato, dove fino a pochi anni fa i dati restavano spesso “prigionieri” delle singole Regioni.
Eppure proprio qui emerge il nodo più spinoso: le differenze regionali. Secondo i monitoraggi più recenti del Ministero della Salute e del Dipartimento per la Trasformazione Digitale, il livello di adozione e alimentazione del fascicolo varia in modo drastico. Regioni come l’Emilia-Romagna, il Piemonte e il Veneto viaggiano a velocità doppia, con percentuali di documenti disponibili che superano il 90% e un consenso dei cittadini alla consultazione vicino al 90%. Al Sud, invece, in Calabria, Campania e Abruzzo si resta ancora sotto il 50% di completezza documentale e il consenso dei pazienti sfiora percentuali bassissime, intorno all’1-10%. Una frattura che rischia di trasformarsi in una nuova disuguaglianza sanitaria: chi vive al Nord potrà davvero beneficiare di un accesso rapido e completo alla propria storia clinica, mentre al Sud il fascicolo resta spesso un contenitore parziale.
I cittadini, del resto, non sembrano ancora convinti. A livello nazionale meno della metà ha espresso il consenso alla consultazione da parte dei medici e solo uno su quattro accede regolarmente al proprio fascicolo. Molti lamentano difficoltà di utilizzo, paura per la privacy dei dati sanitari online e scarsa informazione. Sui social e nei forum di pazienti si legge spesso la stessa domanda: «Ma serve davvero? E i miei dati sono al sicuro?». Le preoccupazioni non sono infondate. Casi passati di data breach, anche se gestiti, hanno lasciato il segno, e la Corte di Cassazione è dovuta intervenire proprio per chiarire le responsabilità tra Regioni, Aziende sanitarie e titolari del trattamento.
I medici e gli operatori sanitari guardano con attenzione mista a preoccupazione. Da un lato riconoscono i vantaggi: diagnosi più rapide, meno burocrazia, possibilità di consultare referti anche in vacanza o in trasferta. Dall’altro temono il carico amministrativo aggiuntivo, soprattutto per i liberi professionisti e i piccoli studi che devono adeguarsi in pochi giorni. Le associazioni di categoria hanno chiesto semplificazioni operative e supporto tecnico, temendo che l’obbligo arrivi senza un’adeguata formazione.
Cosa succederà dopo il 31 marzo? Il governo e le Regioni puntano a chiudere la misura PNRR nei tempi, con possibili verifiche nei prossimi mesi per verificare l’effettiva alimentazione del sistema. Ma gli esperti, a partire dalla Fondazione Gimbe che da anni monitora l’avanzamento, avvertono: senza un grande sforzo di alfabetizzazione digitale e di riduzione del divario Nord-Sud, il rischio è di avere un fascicolo sanitario elettronico formalmente a regime ma concretamente a due velocità. Serviranno campagne di comunicazione mirate, semplificazioni nell’accesso via SPID o CIE e forse incentivi per i professionisti che alimentano regolarmente il sistema.Il fascicolo sanitario elettronico rappresenta una delle più grandi scommesse della sanità italiana del futuro. Tra poche settimane scopriremo se sarà davvero lo strumento che unisce il Paese o l’ennesima occasione in cui la digitalizzazione si ferma alla carta bollata. La risposta non è solo tecnica: è politica, organizzativa e, soprattutto, culturale. L’Italia può diventare leader europeo nella sanità connessa, ma solo se nessuno resterà indietro. Altrimenti, la rivoluzione digitale rischierà di lasciare sul campo le solite divisioni territoriali.