Matteo Salvini nel vortice dell’inchiesta sul Ponte sullo Stretto: ombre di corruzione intorno al progetto simbolo

Roma, 10 giugno 2026. Un’inchiesta della Procura di Roma per corruzione e rivelazione di segreto d’ufficio irrompe nel cuore del progetto più controverso e ambizioso del governo: il Ponte sullo Stretto di Messina. Al centro, un ex alto magistrato della Corte dei Conti e figure vicine alla Lega. Matteo Salvini, ministro delle Infrastrutture e da sempre strenuo sostenitore dell’opera, si ritrova indirettamente al centro di un caso che rischia di riaccendere divisioni politiche, interrogativi istituzionali e dubbi sull’effettiva tenuta del grande cantiere da 13,5 miliardi di euro.
Tutto ruota attorno a Tommaso Miele, ex presidente aggiunto della Corte dei Conti, andato in pensione a febbraio. Insieme a lui sono indagati l’avvocato Giacomo Francesco Saccomanno, ex componente del Cda della società Stretto di Messina Spa con trascorsi da commissario della Lega in Calabria, e l’imprenditore Vincenzo Virgiglio. Secondo l’ipotesi della Procura, coordinata dal procuratore aggiunto Giuseppe De Falco, i tre avrebbero tentato di condizionare il giudizio di legittimità della Corte sul progetto definitivo approvato dal Cipess, promettendo in cambio a Miele incarichi di prestigio post-pensionamento, come la presidenza dell’Antitrust o ruoli in società pubbliche.
Le intercettazioni finite agli atti raccontano un clima di forti tensioni interne alla Corte. Miele, secondo quanto riportato dalle carte, si definiva «non assolutamente allineato a quei deficienti» dei suoi colleghi che avevano bocciato la delibera, criticando aspramente l’orientamento della magistratura contabile. In una conversazione con Virgiglio, l’ex magistrato avrebbe fatto riferimento esplicito ai «miei amici del governo, a cominciare da Salvini», sottolineando come si sarebbero aspettati una sua presa di distanza più netta dalla decisione della Corte. Una frase destinata a infiammare il dibattito politico.
Il contesto è noto. Nel 2025 la Corte dei Conti aveva espresso rilievi pesanti sul progetto, sollevando questioni legate alle direttive Ue su appalti, habitat e valutazioni ambientali. Il governo, con Salvini in prima linea, aveva parlato di «complotto» e «pregiudizi politici». Ora l’inchiesta ribalta parzialmente la narrazione: non un blocco ideologico della magistratura, ma presunte pressioni esterne per ottenere un parere favorevole. La delibera Cipess non è mai stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale, e l’iter si è di fatto arenato nonostante gli annunci ripetuti di avvio cantieri entro il 2026.
Matteo Salvini ha incarnato per anni la spinta propulsiva del Ponte: un’infrastruttura evocata come simbolo di rilancio del Sud, di modernità e di unità nazionale. Da vicepremier e ministro, ha difeso il progetto in ogni sede, confermando stanziamenti e spingendo per superare i rilievi tecnici e contabili. L’indagine non lo coinvolge direttamente, e la società Stretto di Messina ha già fatto sapere di essere totalmente estranea ai fatti, dichiarandosi disponibile a collaborare con gli inquirenti. Eppure, il coinvolgimento di un ex commissario leghista come Saccomanno e i riferimenti intercettati a «amici del governo» proiettano un’ombra politica sul dossier.
L’opposizione non ha perso tempo. Leader come Angelo Bonelli di Avs hanno definito la vicenda «gravissima», chiedendo che il governo fermi tutto e che la premier Giorgia Meloni riferisca in Parlamento. Giuseppe Conte ha rilanciato l’idea di destinare quei miliardi a famiglie e sanità piuttosto che a un’opera definita «vecchia e rischiosa». Nel centrodestra, invece, si tende a sminuire: si tratta di un’inchiesta ancora nella fase preliminare, con indagati che respingono ogni accusa, e non di un coinvolgimento diretto dell’esecutivo.
Il caso riapre ferite mai rimarginate. Da un lato, la necessità di grandi opere per il Mezzogiorno, con ricadute occupazionali ed economiche potenzialmente enormi. Dall’altro, i timori per l’impatto ambientale, i costi esorbitanti a carico dello Stato e i rischi sismici in una zona delicata. La Corte dei Conti aveva già acceso un faro sui profili di legittimità; ora l’inchiesta penale aggiunge un livello di complessità giudiziaria che potrebbe rallentare ulteriormente un progetto già segnato da ritardi e polemiche infinite.
Per Matteo Salvini la posta in gioco è alta. Il Ponte è uno dei pilastri della sua narrazione politica: concretezza contro burocrazia, sviluppo contro immobilismo. Un eventuale indebolimento del dossier rischierebbe di intaccare la credibilità del ministro su uno dei temi più identitari della Lega e del centrodestra. Al tempo stesso, l’inchiesta arriva in un momento delicato per il governo, tra riforme istituzionali e tensioni interne.
Al momento le indagini proseguono con perquisizioni eseguite dai Carabinieri del Ros. Gli indagati negano ogni addebito, e sarà il tribunale a stabilire la verità processuale. Intanto, il Ponte sullo Stretto resta un cantiere sulla carta: annunciato, finanziato sulla carta, ma ancora bloccato tra carte bollate, rilievi e ora un’indagine penale.
L’Italia attende risposte chiare. Perché un’opera da miliardi di euro non può diventare terreno di scontri istituzionali o presunte manovre opache. Il futuro del Ponte – e con esso parte della credibilità dell’azione di governo sul fronte delle infrastrutture – dipenderà da come si dipaneranno le indagini e dalle scelte che l’esecutivo sarà chiamato a prendere nelle prossime settimane. Una cosa è certa: il dibattito non si spegnerà facilmente, e Matteo Salvini sarà ancora una volta in prima linea a difendere una visione che per molti resta simbolo di progresso, per altri di rischio ingiustificato.