Mariano Barbacid tumore pancreas: la tripla terapia spagnola che elimina il cancro nei topi, ma la strada per l’uomo è ancora lunga e piena di ostacoli

È arrivata come un lampo in un cielo grigio: Mariano Barbacid tumore pancreas, il nome che in questi giorni rimbalza ovunque, da Twitter a WhatsApp delle famiglie colpite, porta con sé una notizia che fa tremare il cuore. Il ricercatore spagnolo, icona della lotta al cancro, ha guidato un team del CNIO che per la prima volta ha fatto sparire completamente i tumori pancreatici più aggressivi nei topi, senza resistenze, senza ricadute per oltre 200 giorni, con tossicità minima. Pubblicato su PNAS a fine dicembre 2025, lo studio ha scatenato un’onda di speranza mista a rabbia trattenuta: perché un tumore che uccide ancora il 90% dei pazienti in pochi mesi sembra cedere solo nei roditori?
Mariano Barbacid non è un nome qualunque. Negli anni ’80 isolò il primo oncogene umano, pose le basi molecolari del cancro moderno. Oggi, a capo del gruppo di Oncologia Sperimentale al Centro Nazionale di Investigazioni Oncologiche di Madrid, ha puntato dritto al cuore del problema: l’oncogene KRAS, mutato nel 90% dei casi di adenocarcinoma duttale pancreatico, il “male dei mali”. Da solo, i nuovi inibitori di KRAS funzionano poco: dopo mesi il tumore si adatta, trova scorciatoie. Barbacid lo sa da anni e lo ripete: non si vince con una singola freccia. La sua tripla combinazione attacca su tre fronti: RMC-6236 blocca KRAS, afatinib (già usato nel polmone) ferma la via di fuga EGFR, SD36 degrada STAT3, il meccanismo di sopravvivenza d’emergenza. Risultato? Nei modelli murini – topi geneticamente modificati, topi con tumori umani impiantati, topi con cellule tumorali chirurgicamente inserite – il cancro regredisce del tutto. Niente ripresa. Niente effetti collaterali gravi. Una regressione completa e duratura mai vista prima.
Eppure, proprio qui nasce la tensione che pochi titoli osano raccontare ad alta voce. Barbacid stesso, nella nota ufficiale del CNIO, frena: “Non siamo ancora in grado di avviare trial clinici con questa tripla terapia”. Servono fondi, autorizzazioni, studi di tossicità su primati, poi fasi umane. Anni, non mesi. Intanto, i farmaci tumore pancreas esistenti – chemioterapia, i pochi inibitori mirati – prolungano la vita di qualche mese, ma non cambiano il destino. Il pancreas è un organo nascosto, diagnosticato tardi, circondato da vasi e nervi, resistente per natura. La comunità scientifica applaude, ma sussurra: quante volte abbiamo visto topi guariti e pazienti persi? La storia dell’oncologia è piena di “cure miracolose” in modelli animali che svaniscono nell’uomo.
Sui social italiani l’emotività esplode. Gruppi Facebook di malati e familiari condividono l’articolo con cuori rossi e lacrime: “Finalmente una speranza vera”, “Barbacid ci salvi”. Altri, più scettici o feriti da false promesse passate, commentano: “Sempre topi, mai noi”, “E i fondi dove sono?”, “Perché la ricerca italiana non fa lo stesso?”. C’è rabbia verso un sistema che finanzia poco la ricerca di base, verso aziende farmaceutiche che preferiscono profitti rapidi a trial lunghi e rischiosi per tumori rari come questo (circa 14.000 casi l’anno in Italia). C’è la psicologia crudele della speranza: chi ha un caro malato si aggrappa a ogni notizia, ma sa che tra il banco e il letto c’è un abisso. La paura di illudersi di nuovo si mescola alla gratitudine per un ricercatore che non promette miracoli, ma lavora da decenni con testardaggine scientifica.
Barbacid non è un venditore di sogni. Ha già detto in passato che il cancro al pancreas non si sconfigge con un solo farmaco, e ora dimostra che forse serve colpire multipli bersagli contemporaneamente. La tripla terapia potrebbe aprire la porta a combinazioni più intelligenti, meno tossiche, più efficaci. Ma il passaggio all’uomo richiede tempo, denaro, pazienza – risorse che scarseggiano quando il paziente medio sopravvive 6-12 mesi dalla diagnosi.
Questa notizia non è una vittoria definitiva. È un passo enorme in un cammino estenuante. Ci ricorda che la scienza avanza, ma non al ritmo della disperazione umana. E ci costringe a chiederci: quanta pazienza siamo disposti a concedere quando la vita di chi amiamo è in bilico?